La epidemiologia nel Ssn: diamole ruolo e spazio

La epidemiologia nel Ssn: diamole ruolo e spazio

La epidemiologia nel Ssn: diamole ruolo e spazio

Gentile direttore, mi ha molto colpito la notizia fresca fresca secondo cui al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni l’atteggiamento dell’ISTAT non piace.

Gentile direttore,
mi ha molto colpito la notizia fresca fresca secondo cui al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni l’atteggiamento dell’ISTAT non piace. Questo è quello che si ricava dalle sue dichiarazioni riportate in un’anticipazione del libro di Bruno Vespa: “Non vorrei che alcuni apparati dello Stato fossero, per qualche ragione a me incomprensibile, più severi di quanto non lo siano le principali agenzie finanziarie internazionali e i più autorevoli centri studi che hanno certificato che già oggi saremmo sotto al 3%”. Il Primo Ministro si riferisce con quel 3% al valore del rapporto deficit/Pil che non andava superato per aprire all’Italia la strada verso l’uscita anticipata dalla procedura Ue per disavanzi eccessivi. E invece l’ISTAT nei conti economici nazionali 2025 appena diffusi ha stabilito che il deficit del 2025 resta al 3,1% del Pil, e anzi in valore assoluto addirittura cresce di 355 milioni rispetto ai calcoli di aprile.

L’ISTAT è anche quello che nel rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile) 2026 ha calcolato che l’indicatore relativo alla rinuncia alle prestazioni è stabile rispetto al 2024 (9,6%), ma comunque molto alto corrispondendo a oltre 5,6 milioni di persone che hanno dichiarato di avere rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria ambulatoriale pur avendone bisogno. Un altro dato che al Governo non piace, tanto è vero che il Ministro Schillaci nel corso di un question time alla Camera ha dichiarato come riportato qui su QS che “Sul tema della rinuncia alle cure, il dato richiamato dagli interroganti deriva da un’indagine basata sulle dichiarazioni degli intervistati. Misura una percezione autodichiarata: non certifica una prescrizione medica negata né una prestazione rifiutata dal Servizio sanitario nazionale. L’indagine riguarda, inoltre, la rinuncia a una visita o a un esame specialistico. Non è corretto trasformare automaticamente questo dato nella rinuncia a un intero percorso di cura.” Si tratta di osservazioni sensate, che assomigliano a quelle formulate in modo molto articolato sullo stesso indicatore pochi giorni fa qui su QS qui da Mastrobuono e Gioia e qualche mese fa da Cesare Cislaghi che ha prodotto al riguardo utili elaborazioni di approfondimento.

Ma il passaggio più significativo nelle dichiarazioni del Ministro è quello in cui dice a proposito delle rinunce che “Il Ministero utilizza questi indicatori per valutare l’equità e l’accessibilità dei servizi regionali. Prendere sul serio un dato non significa accettarne una rappresentazione imprecisa. Significa utilizzarlo per intervenire.” Ecco, ma cosa vuol dire “prendere sul serio un dato”? Lo decide sul deficit il Presidente del Consiglio e sulla rinuncia alle cure il Ministro della Salute? Sul deficit lascio esprimere chi ne sa più di me (che peraltro ne so poco limitandomi a subirne come tutti le conseguenze), ma sulla qualità e accessibilità qualche idea la avrei. Come ce l’avrei per una lettura non di parte, e quindi né governativa né antigovernativa, di tutti i dati che ci possono aiutare a capire meglio le criticità del SSN a partire, per fare degli esempi, dai dati che ho già commentato qui su QS di Health at a Glance dell’OCSE  e sulle liste di attesa.

La mia idea è che per dare spazio ad una raccolta e analisi dei dati “seria” (e aggiungerei indipendente) a supporto della azione di sanità pubblica a tutti i livelli, a partire da quello nazionale e regionale, ridarei non dico centralità ma almeno uno spazio adeguato al ruolo della epidemiologia nel SSN. Per i dettagli su questa idea rimando a un mio post nell’area blog di Epidemiologia e Prevenzione e qui mi limito a ricordare che l’epidemiologia potrebbe ad esempio contribuire ad affrontare temi come: a) la riallocazione e il ridisegno  dell’offerta per migliorare l’efficienza organizzativa in modo da distinguere l’efficienza “ragionata” dalla semplice riduzione dell’offerta; la riorganizzazione dei servizi e dei ruoli professionali ; c) la definizione delle priorità in termini di obiettivi di salute.

Per fare un esempio regionale, nelle Marche si è deciso di trasformare gli ospedali di comunità in una sorta di annessi degli ospedali per acuti di fatto trasformandoli in strutture a governo ospedaliero e non territoriale, come vorrebbero norme e logica. Ma nessuno ha provato a rispondere a domande come: “perché ci sono i pazienti nelle barelle al Pronto Soccorso?”; “che tipo di pazienti sono?”; “sono in ospedale perché quello è il posto giusto o perché il posto giusto sarebbe il domicilio o una residenza, ma manca sia l’assistenza domiciliare che i posti letto residenziali?”.  In pratica quando nelle Marche finalmente saranno attivati i posti letto degli ospedali di comunità si riempiranno in un attimo e si tornerà alle barelle piene (ammesso che bastino) perché il nodo sta da un’altra parte. Ma è solo uno dei tanti esempi: nelle Marche come in altre Regioni alla lettura dei dati si preferiscono le intuizioni propagandistiche della politica.

E chi dovrebbe fare nelle Marche questo lavoro di analisi dei dati sanitari? L’Agenzia Regionale Sanitaria e i Dipartimenti di Prevenzione, con dentro delle persone che lo sanno fare, a partire appunto dagli epidemiologi, rari però nella sanità marchigiana come le molecole di sodio nella nota acqua minerale. Ridare loro spazio e ruolo è un passo nella direzione giusta. Il che vale ovviamente anche a livello nazionale.

30 Ottobre 2026

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