Gentile Direttore,
gli episodi di violenza e aggressività con protagonisti gli adolescenti di cui la cronaca puntualmente reca notizia rappresentano un fenomeno complesso, che merita attenzione, approfondimento e una risposta istituzionale ferma, coerente e proporzionata.
Di fronte a comportamenti che ledono le persone, danneggiano i beni pubblici e privati o compromettono la sicurezza e la convivenza civile, è necessario che i fatti vengano accertati, che le responsabilità individuali siano riconosciute e che, laddove possibile, i danni prodotti vengano riparati. Il rispetto delle regole, dei diritti altrui e dei principi della convivenza democratica costituisce un riferimento imprescindibile, anche durante l’adolescenza. Tuttavia, una risposta efficace non può limitarsi alla dimensione repressiva o alla gestione dell’emergenza.
La responsabilizzazione individuale deve accompagnarsi a un intervento educativo capace di favorire la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, il riconoscimento del danno arrecato agli altri e lo sviluppo di competenze relazionali e sociali. L’adolescenza, infatti, è una fase dello sviluppo caratterizzata da importanti trasformazioni neurobiologiche, psicologiche e sociali, durante la quale si consolidano progressivamente le capacità di autoregolazione emotiva, controllo degli impulsi, valutazione del rischio e previsione delle conseguenze. Queste caratteristiche evolutive non giustificano i comportamenti violenti, ma rappresentano elementi fondamentali per comprendere come progettare interventi di prevenzione e responsabilizzazione realmente efficaci.
È altrettanto importante evitare generalizzazioni e letture semplicistiche del fenomeno. Non tutti gli adolescenti sono uguali e non è corretto attribuire a un’intera generazione caratteristiche di aggressività, disinteresse o incapacità di rispettare le regole sulla base dei comportamenti di una minoranza.
Occorre distinguere nettamente tra condotte violente, atti vandalici, partecipazione pacifica alla vita pubblica e legittime manifestazioni di disagio, dissenso o richiesta di cambiamento da parte dei giovani. Confondere queste diverse espressioni rischia di alimentare una rappresentazione distorta dell’adolescenza, compromettendo il dialogo tra generazioni e indebolendo la fiducia dei ragazzi nelle istituzioni e negli adulti di riferimento.
Comprendere le cause e i meccanismi che possono condurre alcuni adolescenti a comportamenti violenti non significa attenuare le responsabilità di chi li mette in atto, né ricercare giustificazioni automatiche. Significa, piuttosto, riconoscere che tali manifestazioni possono essere il risultato dell’interazione di molteplici fattori individuali, familiari, scolastici, relazionali e ambientali. Tra questi, possono assumere rilevanza le difficoltà nella regolazione delle emozioni, le esperienze di marginalità ed esclusione sociale, i conflitti familiari, la fragilità delle reti educative, la discontinuità dei percorsi scolastici, l’esposizione a modelli relazionali aggressivi e la pressione esercitata dal gruppo dei pari.
Anche il contesto digitale merita particolare attenzione: i social media possono amplificare dinamiche di emulazione, provocazione, ricerca di visibilità e riconoscimento, contribuendo talvolta alla diffusione e alla normalizzazione di comportamenti aggressivi.
Non esiste, tuttavia, una spiegazione unica della violenza giovanile, così come non è possibile individuare un rapporto automatico tra disagio sociale, sofferenza psicologica e comportamento antisociale. La presenza di difficoltà personali, familiari o ambientali non esonera dalla responsabilità degli atti compiuti. Allo stesso tempo, la valutazione di eventuali bisogni educativi, psicologici, sociali o sanitari deve essere condotta in modo individualizzato, sulla base di elementi concreti e da parte di professionisti competenti, senza attribuire diagnosi o condizioni di fragilità sulla base del solo comportamento violento.
È fondamentale evitare sia la banalizzazione del fenomeno sia la sua indiscriminata medicalizzazione. In questa prospettiva, la prevenzione deve iniziare molto prima che il disagio si manifesti attraverso episodi di aggressività o comportamenti lesivi. La famiglia, la scuola, i servizi territoriali, le associazioni sportive e culturali e tutte le realtà che entrano in relazione con gli adolescenti rappresentano contesti fondamentali per la promozione della salute e dello sviluppo.
È necessario rafforzare le competenze genitoriali, sostenere gli adulti nella gestione delle difficoltà educative e favorire la costruzione di ambienti scolastici e sociali inclusivi, nei quali i ragazzi possano trovare ascolto, riconoscimento e opportunità concrete di partecipazione. La scuola, in particolare, non può essere considerata soltanto un luogo di trasmissione delle conoscenze, ma costituisce uno spazio essenziale di crescita, socializzazione e acquisizione delle competenze emotive e relazionali. Riconoscere precocemente segnali di disagio, isolamento, conflittualità persistente, abbandono scolastico o difficoltà comportamentali permette di attivare interventi tempestivi, evitando che situazioni inizialmente circoscritte evolvano in condizioni più complesse. Per questo è indispensabile garantire agli istituti scolastici risorse adeguate, competenze professionali e collegamenti strutturati con i servizi territoriali.
Un ruolo altrettanto rilevante spetta ai servizi sanitari e sociosanitari, che devono poter offrire percorsi accessibili, tempestivi e integrati di valutazione e presa in carico. Gli adolescenti che manifestano difficoltà emotive, comportamentali, relazionali o psicologiche devono poter trovare risposte appropriate, senza ostacoli legati alla frammentazione dei servizi o alla difficoltà di accesso. La collaborazione tra pediatri, medici di medicina generale, neuropsichiatri infantili, psicologi, assistenti sociali, educatori e altri professionisti dell’età evolutiva è essenziale per costruire interventi multidisciplinari, proporzionati ai bisogni e orientati alla continuità assistenziale.
Anche nei confronti dei ragazzi coinvolti in episodi di violenza è necessario promuovere percorsi che integrino responsabilizzazione, riparazione del danno e recupero delle competenze personali e sociali. Quando appropriati e compatibili con il quadro giuridico, gli interventi di giustizia riparativa, il lavoro educativo individuale e di gruppo e le attività di reinserimento nella comunità possono contribuire a sviluppare consapevolezza, empatia e capacità di riconoscere il valore delle regole condivise. La finalità non deve essere quella di negare la gravità dei comportamenti, ma di ridurre il rischio di recidiva e favorire una reale possibilità di cambiamento.
Come Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA), riteniamo che gli episodi di violenza giovanile debbano rappresentare un’occasione per avviare una riflessione nazionale più ampia e strutturata sulle condizioni di crescita, salute e benessere delle nuove generazioni. La risposta pubblica non può esaurirsi nella gestione dei singoli episodi, né essere affidata esclusivamente alle forze dell’ordine o alle istituzioni scolastiche. È necessario un approccio integrato, fondato sulla collaborazione tra istituzioni, famiglie, scuola, servizi sanitari e sociali, enti locali, associazioni e professionisti che operano quotidianamente nel mondo dell’adolescenza.
Chiediamo pertanto l’avvio di un confronto nazionale che si traduca in impegni concreti e verificabili: la promozione di programmi strutturati di educazione socio-emotiva e alla legalità; il potenziamento dei servizi territoriali dedicati agli adolescenti; il sostegno alle famiglie nelle difficoltà educative; la formazione degli operatori scolastici e sanitari per il riconoscimento precoce delle situazioni di rischio; l’attivazione di percorsi individualizzati di responsabilizzazione e recupero per i ragazzi coinvolti in comportamenti violenti; la creazione di reti territoriali stabili in grado di garantire continuità tra prevenzione, intervento e presa in carico.
La violenza giovanile non può essere affrontata contrapponendo la tutela della sicurezza alla tutela del benessere degli adolescenti. Sono dimensioni strettamente connesse: una comunità è più sicura quando è in grado di prevenire l’esclusione, riconoscere precocemente il disagio, offrire opportunità di crescita e intervenire in modo competente e tempestivo quando si verificano comportamenti lesivi. Le responsabilità individuali devono essere riconosciute e affrontate, ma anche la società adulta è chiamata a interrogarsi sulla qualità dei contesti educativi, relazionali e istituzionali che mette a disposizione delle nuove generazioni. La responsabilità collettiva non significa diluire quella personale, ma assumersi il compito di costruire condizioni nelle quali la violenza non trovi terreno fertile e nelle quali ogni adolescente possa sviluppare strumenti adeguati per affrontare i conflitti, rispettare gli altri e partecipare consapevolmente alla vita della comunità.
La SIMA mette a disposizione le proprie competenze scientifiche e professionali per contribuire a questo percorso, nella convinzione che investire nella salute, nell’educazione e nel benessere degli adolescenti significhi investire nella sicurezza e nella coesione sociale dell’intero Paese.
Graziamaria Ubertini
Presidente SIMA
Rossella Gaudino
Stefano Stagi
Serenella Castronuovo
Graziano Grugni
Andrea Vania
Salvatore Chiavetta
Simonetta Marucci
Antonino Crinò
Marco Colizzi
Dario Marin
Piernicola Garofalo
Armando Grossi
Carlo Alfaro
Consiglio Direttivo SIMA