Letta ha la fiducia. Ma quanto durerà?

Letta ha la fiducia. Ma quanto durerà?

Letta ha la fiducia. Ma quanto durerà?
I numeri al Senato sono schiaccianti: 235 sì e 70 no. Ma è chiaro che il destino di Letta è connesso a molti fattori. Per la maggior parte politici e legati alle dinamiche del travaglio apertosi nel Pdl dopo il tira e molla degli ultimi giorni che ha portato al voto odierno. E poi ci sarà il congresso del PD

Abbiamo scherzato? Per capire (se possibile) cosa è successo oggi al Senato ripassiamo velocemente le tappe del “dramma” istituzionale che ha portato il Governo Letta sull’orlo della crisi.
Prima l'annuncio delle dimissioni di tutti parlamentari del Pdl in caso di voto favorevole alla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi (mercoledì 25 settembre). Poi la richiesta di dimissioni ai suoi ministri che accettano (di malavoglia) il diktat del leader e si dimettono (28 settembre). Poi l'inizio della guerra interna al partito con i ministri dimissionari che dichiarano di voler proseguire l'azione di Governo, tant'è che Letta ne rifiuterà le dimissioni, e il parallelo spettro di una scissione (1 ottobre). Infine il drammatico vertice di Palazzo Grazioli, senza i ministri dissidenti (tranne De Girolamo, presente) dove si annuncia il no alla fiducia a Letta (la notte del 1 ottobre).

E oggi la svolta, attorno alle 13, quando, con un intervento brevissimo ma inaspettato, Berlusconi annuncia che il Pdl voterà sì alla fiducia. E così alla fine Letta la fiducia la ottiene, con 235 sì e 70 no.
 
E adesso? Il Governo è di nuovo in pista, sui numeri non c’è dubbio. Ma con quali prospettive? Nel suo intervento alla Camera, seguito al voto di fiducia al Senato, Letta è stato molto chiaro:  “Serve un governo solido e coeso. E la fiducia di stamattina al Senato ce lo può dare. Ma a patto che il risultato del voto, che ci sarebbe stato comunque, sia un risultato come lo intendo io. E cioè: non esiste collegamento tra vicenda giudiziaria e attività di governo; no ai ricatti perché si è dimostrato che il governo non casca; no alle risse. Se così non è sarò io il primo a trarne conseguenze”. Quindi, il premier in primis, è conscio del fatto che i numeri, stavolta, non bastano. Ecco perché.
 
Primo. In tutte le ore precedenti alla “svolta” di Berlusconi le dichiarazioni dello stesso Letta e di tutti gli esponenti del Pd erano state improntate alla rabbia per lo sgarbo di Berlusconi. Sia per quell’annuncio di dimissioni pervenuto mentre Letta era negli Usa a promuovere la nuova Italia, stabile e pronta alla ripresa, sia per le successive dimissioni dei ministri, sia per la scelta, che appariva ormai ineludibile di togliere la spina al Governo con la scusa dell’aumento dell’Iva, mentre, si è detto fino a stamattina, il vero motivo era considerato quello dei guai giudiziari di Berlusconi.
Ora come si farà a far finta di nulla e procedere come prima, come se non fosse accaduto niente? Si tornerà al Governo con l’ombra di Berlusconi e dei suoi problemi sempre pronti a scaricarsi sull’Esecutivo?
 
Secondo. I nodi economici che avevano già fatto fibrillare il Governo su Iva e Imu non sono affatto sciolti. Nel suo intervento al Senato Letta ha parlato di continuità nelle misure sulla politica fiscale per la casa (ma non ha detto chiaramente che abolirà definitivamente l’Imu sulla prima casa come sempre richiesto da Berlusconi) e sull’Iva ha confermato quanto già annunciato nei giorni caldi dell’aumento al 22%, parlando di un piano per rivedere complessivamente la struttura delle aliquote, il che vuol dire che, al momento, l’aumento al 22% resta in vigore.
 
Terzo. Non è affatto risolta la “questione delle questioni” che ha portato alla crisi. E cioè il rifiuto della Giunta per le elezioni del Senato di portare all’attenzione della Corte Costituzionale, per una questione di illegittimità relativa alla retroattività, la legge Severino che prevede la decadenza automatica da senatore di Berlusconi a seguito della sua condanna definitiva per frode fiscale. Che succederà quando si voterà in Senato sulla decadenza?
 
Quarto. Si è poi aperta un’altra questione. Stavolta tutta interna al Pdl. Dopo la “quasi scissione” dei 23 senatori e, di fatto, di tutti i ministri pidiellini, rispetto alla linea antigovernativa di Berlusconi, è lecito immaginare che la cosa non finisca oggi. E’ evidente che Berlusconi alla fine ha ceduto non perché convinto dal discorso di Letta ma piuttosto per evitare scissioni e anche, è presumibile, per cancellare sul nascere la possibilità che si creasse un governo “altro” rispetto a quello delle “larghe intese” dove si sarebbe potuta manifestare una maggioranza “diversa” e propedeutica a possibili nuovi scenari di “centro-centro/sinistra”. Una prospettiva nella quale la nuova Forza Italia si sarebbe, per forza di cose, collocata ob torto collo a “destra”, perdendo quella connotazione di “centro” e allontanandosi forse definitivamente dalla comunità del Partito Popolare Europeo, verso la quale avrebbero invece navigato con lena Monti, Casini e il neo gruppo degli ex Pdl. Una prospettiva rischiosissima per Berlusconi, anche perché, a frattura ormai consumata e con il Pdl/Forza Italia all’opposizione, molto probabilmente avremmo assistito a uno stillicidio di defezioni verso il nuovo gruppo dei transfughi.
 
Quinto. Resta poi da vedere per l'appunto cosa faranno adesso i “quasi scissionisti” del Pdl. Si farà finta di niente? Oppure, resteranno nel Pdl, ma tenteranno la scalata al partito prefigurandosi un futuro sotto la guida di Alfano? Oppure saranno ancora soggetti, chissà per quanto, all’etichetta di “traditori” (senza contare che Berlusconi potrebbe chiederne a quel punto la testa a Letta)? Oppure, come minacciato per tutto il pomeriggio, daranno comunque vita a un nuovo gruppo parlamentare (alla Camera Cicchitto lo aveva già annunciato, dicendo che vi aveva aderito anche il ministro Lorenzin)? Se quest'ultima ipotesi si dovesse concretizzare, e se vi aderissero anche tutti, o parte, dei ministri attuali del Pdl, è evidente che ci saranno ripercussioni sugli stessi equilibri per incarichi e nomi del Governo. Berlusconi potrebbe pretendere infatti un immediato rimpasto con persone a lui "fedeli".
 
Sulla base di queste osservazioni è quindi molto difficile parlare di stabilità ritrovata e lo stesso termine “larghe intese” sembra traballare sul nascere se si riascolta quanto detto dal capogruppo Pd in Senato, Zanda che non ha affatto nascosto sconcerto e irritazione per la “svolta” di Berlusconi, vista più come un “siluro” che come un, seppur inaspettato, nuovo inizio.


 


Il tutto, non dimentichiamolo, senza fare i conti con quanto comunque accadrà nel PD alle prese con il congresso e con tutte le sue guerriglie interne, tutt'altro che sopite. E che dovranno confrontarsi con questa inaspettata "nuova" maggioranza a molti non gradita.
 
Insomma, se è inequivocabile che i numeri ci siano, il destino e l'effettiva agibilità del Governo Letta sono tutt’altro che scontati.
 
C.F.

C.F.

02 Ottobre 2013

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