Trapianti. Per gli esperti “la legge italiana è tra le più chiare e garantiste al mondo”
“Il punto di partenza – spiegano gli esperti della SIARED in una nota – è che un donatore può salvare la vita a molte persone. Se è vero che dietro ad ogni donazione abbiamo un lutto è altrettanto vero che si prospetta una rinascita e una nuova vita per i riceventi. Per questo motivo è importante che il processo donazione-trapianto sia spiegato in modo semplice e chiaro al maggior numero di persone. D’altra parte, l’incremento delle attività di trapianto di organi e tessuti rappresenta uno dei principali obiettivi del Servizio Sanitario Nazionale. Per raggiungerlo, è necessario sostenere e promuovere la donazione che attualmente rappresenta la principale fonte utilizzabile per soddisfare, almeno in parte, le necessità dei pazienti in lista di attesa”.
Il processo che rende possibile un trapianto è particolarmente complesso ed è articolato in diversi fasi: dall’identificazione del potenziale donatore, al suo trattamento per la preservazione dei suoi organi, al prelievo, al trapianto stesso e infine al follow-up post-operatorio. Tutti questi momenti richiedono il coinvolgimento di molteplici figure professionali che articolano il loro lavoro in tempi e luoghi diversi con l’ausilio di sistemi informatizzati per la raccolta e la tracciabilità dei dati. “In questo senso – ha affermato nel corso del Congresso SIARED Duilio Testasecca, ex Coordinatore regionale dei trapianti della Regione Marche – la RETE NAZIONALE TRAPIANTI rappresenta uno dei modelli più efficienti di programmazione e gestione assistenziale” e prevede, come ha ricordato Elena Galassini, responsabile di un Servizio Emergenza territoriale -118 di Milano, “una collaborazione stretta tra il personale dei servizi di emergenza extra-ospedaliera, il personale di pronto soccorso e il coordinamento ospedaliero dei prelievi-trapianti”.
“In periferia – ha affermato Gianrenato Riccioni, medico dei Trapianti presso l’ospedale di Macerata – il direttore d’orchestra è “il Coordinatore Locale”, che in Italia nel 70% dei casi è un medico anestesista rianimatore. A livello ospedaliero deve garantire non solo l’efficacia in ogni fase di svolgimento del processo, ma anche un’adeguata e qualificata assistenza clinica al potenziale donatore al fine di mantenere nelle migliori condizioni possibili gli organi da prelevare. A lui spetta anche il delicato compito di curare i rapporti con i familiari dei donatori, di verificare la volontà del soggetto, di promuovere corsi di formazione per il personale sanitario e, in collaborazione con le diverse associazioni di cittadini, di offrire incontri di informazione e sensibilizzazione per la popolazione”.
All’interno dei lavori è stata approfondita anche la differenza tra donatore di organi a cuore battente e donatore a cuore fermo. Mentre nel primo caso (morte encefalica) molto si è parlato, da alcuni anni si sta sviluppando anche in Italia l’aspetto della donazione di organi da donatore a cuore fermo. Al momento il Policlinico San Matteo di Pavia è il centro specializzato in Italia in cui viene effettuato questo tipo di attività.
“È ampiamente dimostrato – ha spiegato Paolo Geraci, Responsabile del Centro Coordinamento Donazioni e Trapianti di Pavia e presidente della SIMGeT (Società Italiana di Medicina Gestionale dei Trapianti) – che gli organi possono essere prelevati in entrambe le circostanze e che la loro qualità è – a lungo termine – sovrapponibile. Il prelievo di organi dopo morte per causa cardiaca, improvvisa o attesa, è diffuso da decenni nel mondo. In Italia siamo ancora agli inizi, ma stiamo facendo grandi sforzi organizzativi e interessanti passi in avanti”.
“Nella sostanza – ha aggiunto Francesco Procaccio, del Centro Nazionale Trapianti – ai donatori di organi a cuore battente, che muoiono per lesioni encefaliche gravissime (emorragie cerebrali, ictus, traumi cranici etc.) nei reparti di Rianimazione e che costituiscono attualmente la maggioranza dei donatori, si può affiancare anche in Italia la categoria di donatori di organi a cuore fermo, morti improvvisamente con arresto cardio-circolatorio irreversibile (es. per infarto acuto del miocardio) in Pronto Soccorso o in altri reparti dell’ospedale, dopo essere stati sottoposti a manovre di rianimazione cardio-polmonare inefficaci. L’esperienza di Pavia, per ora limitata ai reni e ai polmoni sta dimostrando che, nonostante i venti minuti di assenza di circolo durante l’accertamento della morte con ecg, i pazienti morti improvvisamente per cause cardiache, qualora sia nota o testimoniata la loro volontà positiva a donare, possono essere una fonte di organi aggiuntiva (non sostitutiva) ma preziosa per ridurre le liste di attesa dei pazienti bisognosi di trapianto e dare loro nuove speranze”.
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12 Maggio 2014
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