Morire di infezioni ospedaliere nel terzo millennio

Morire di infezioni ospedaliere nel terzo millennio

Morire di infezioni ospedaliere nel terzo millennio

Gentile direttore,
all’alba del 2015, le infezioni nosocomiali rappresentano un fenomeno ancora tristemente frequente – e sottovalutato dalla maggior parte dei nosocomi italiani – che provoca ogni anno nel nostro Paese almeno 7000 vittime. Cifre da guerra civile che non accennano a diminuire e che la dicono lunga sul pervicace menefreghismo di certi Ospedali, dotati di un Comitato per il Controllo delle Infezioni solo sulla carta.

Occupandomi di eventi avversi in sanità da molti anni, mi sento di dire che un errore in sala operatoria è di gran lunga più accettabile di chi non si lava le mani, di chi non cambia il catetere, di chi sbaglia o omette terapie antibiotiche, giacché sono queste tutte manifestazioni di un lassismo inaccettabile, che relega un Paese di medici tecnicamente eccellenti in una posizione da terzo mondo.

Quello che però fa imbestialire ancor più della negligente condotta del personale sanitario e parasanitario in materia di prevenzione e gestione delle infezioni, sono le improbabili linee di difesa tenute da certi Ospedali che obbligano i nostri Tribunali ad istruire processi inutili e costosi, con un danno erariale duplice: da un lato per aver disatteso i protocolli, determinando un aumento dei tempi di degenza e di terapie, e dall’altro per aver resistito, del tutto temerariamente, in giudizi che comporteranno la soccombenza delle spese processuali.

In attesa dunque, che il nostro legislatore si svegli ed approvi una legge che faccia finalmente chiarezza sui danni da responsabilità medica, possibilmente mediante l’individuazione di parametri chiari ed univoci e l’istituzione di fondi di solidarietà per le vittime delle infezioni nosocomiali, sarebbe auspicabile un atteggiamento più leale ed umile da parte del personale ospedaliero, manager in testa.

Penso a quanto accaduto di recente in un giudizio promosso nei confronti di un grande ospedale romano, dove il consulente tecnico d’ufficio, nominato dal Tribunale, non ha potuto far altro che confermare quanto era all’evidenza di tutti, ossia che la morte di un signora sessantenne andasse attribuita, in termini inequivocabili, a ben cinque infezioni “sicuramente contratte in ambiente ospedaliero” e quindi causate da una “ non adeguata igiene della struttura”.
So per certo, per averlo appreso dai familiari della vittima, che a spingerli ad intraprendere il giudizio è stata l’ostentata indifferenza da parte del personale medico ed infermieristico, evidentemente convinto che le sepsi non si possono prevenire né debellare.

Una lettera di scuse sentite forse non avrebbe evitato il contenzioso, ma avrebbe certamente aiutato i familiari nella difficile accettazione di un lutto evitabile.

Avv. Francesco Lauri
Presidente Osservatorio sanità 

18 Dicembre 2014

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