Un’anagrafica di genere? In Italia la si trova solo su Facebook

Un’anagrafica di genere? In Italia la si trova solo su Facebook

Un’anagrafica di genere? In Italia la si trova solo su Facebook
Il social network darà la possibilità alle persone transessuali di indicare il proprio genere senza doversi sottomettere alla dicotomia che le vede in un genere anagrafico non corrispondente a quello evidente e desiderato. Il Ssn e le Asl non fanno lo stesso, cancellando ogni possibilità di studi epidemiologici adeguati a garantire prevenzione e cure specifiche.

Ci siamo. A sette anni dalla promulgazione della legge 81/2008 esiste un’azienda in Italia che inizia ad occuparsi delle questioni di genere, citata come tale nove volte nella legge, in senso ampio e condivisibile secondo le indicazioni della Comunità Europea e del precedente decreto legislativo 216/2003 per la tutela dei lavoratori, che includeva esplicitamente anche l’orientamento sessuale, citato ben otto volte. Sto parlando di Facebook, non del Ssn o delle Asl italiane, che continuano ad usare un’anagrafica appena aggiornata alla legge sul divorzio, in cui è completamente assente ogni genere diverso da quello prevalente, che viene richiesto e ribadito con caselle chiuse almeno nove volte ad ogni accesso.

Su Facebook sarà finalmente possibile alle persone transessuali indicare il proprio genere senza doversi sottomettere alla dicotomia che le vede in un genere anagrafico non corrispondente a quello evidente e desiderato se non in seguito ad una sentenza di un tribunale o a castrazione chirurgica. L’effetto non è solo a livello virtuale, perché garantirà anche ricerche di mercato specifiche da parte delle aziende che utilizzano i dati di proprietà di Facebook, cui ci concediamo gratuitamente, diventando spontaneamente noi stessi il “grande fratello” di orwelliana memoria. Evidentemente la ricerca medica ed il Ssn ignorano che il 10% della popolazione è omosessuale, che 1/400 nasce intersessuale e che almeno 1/10mila italiani è transessuale, con l’effetto di cancellare ogni possibilità di studi epidemiologici adeguati a garantire prevenzione e cure specifiche, ma anche cancellando i diritti del malato, a partire dall’accoglienza, per l’assenza di ogni possibile relazione medico-paziente adeguata.

Di fatto si chiama “omofobia istituzionale” ed è nota da ricerche di Arcigay già dal 1995 e da ricerche Istat dal 2011. E’ una conseguenza diretta della rigida dicotomia M/F e dell’assenza di riconoscimento anagrafico dell’orientamento sessuale.
Declinare il genere in tutte le sue forme, come ci chiede anche la Comunità Europea, cui orgogliosamente apparteniamo, impedirebbe anche il doppio stigma, in medicina e chirurgia, di associare gli omosessuali solo all’Aids e le persone transessuali solo ai loro genitali. Il paradosso è che molti medici pensano ancora che l’omosessualità possa essere guarita e propongono le cosiddette “terapie riparative”, che sono considerate dagli anni ’90 dall’Oms come infondate scientificamente se non vere e proprie forme di tortura. Ma l’Italia, si sa, non ha nessuna legge contro la tortura.

Chiedo allora ancora una volta al Ministro Lorenzin ed ai vari Assessori Regionali alla Sanità di intervenire in modo sistemico per accogliere anche loro questa proposta, semplice, ed a costo zero, per garantire la migliore accoglienza possibile anche ai pazienti Lgbt ed ai loro parenti, nonché permettere alle Università ed agli istituti di ricerca di iniziare adeguati studi specifici.

Manlio Converti
Psichiatra
Asl Napoli 2 Nord

Manlio Converti

11 Aprile 2015

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