Diario di una lacrima

Diario di una lacrima

Diario di una lacrima
Nella notte di un aprile che racchiude le promesse della primavera, le speranze di una Resurrezione da cui le anime traggono linfa per credere in una felicità eterna, io sono qui che scendo 100, 200, 300, forse 700 volte. Troppe, anche per una lacrima

E sì, devo ammetterlo, quel giorno di ottobre non potei fare a meno di uscire. Mi affacciai timida e subito caddi giù. No, non fu la gravità a spingermi ma i sentimenti della pietà e della compassione che sempre accompagnano il dolore, e poi della rabbia. Per lei, per quel dolore frutto dell’impotenza, un po’ mi vergogno a dirlo, sgorgavo più forte.
 
In mente mi tornavano le parole di papa Francesco: “è una vergogna”! Già, una vergogna, intollerabile, quella che ci lega – tutti – alla morte di un sogno di felicità. Perché questo seguivano gli oltre 20.000 corpi che giacciono nelle acque del Mediterraneo.
 
Chi erano? Migranti? Extra comunitari? Richiedenti asilo politico?
No, non appartenevano a una categoria, erano semplici uomini, donne e bambini.
È vero, molti non hanno un nome, ma tutti avevano una vita: una da cui fuggivano per la guerra e la miseria, e una verso cui navigavano alla ricerca del loro angolo di felicità.
Loro, così abituati alla penuria; loro, così stretti in quella barca, non ambivano a grandi cose, ma solo a un piccolo angolo nel mondo per far crescere i loro figli e per vivere loro stessi in pace, con dignità, per assaporare un po’ di quella felicità e forse godere di un po’ di quell’abbondanza che le tv gli rimbalzavano ogni giorno davanti agli occhi.
 
Quando quelle ombre brulicavano sulla spiaggia per salire sull’ennesima bara galleggiante, io c’ero. Rigavo i loro volti in ricordo di qualcosa che appena saliti a bordo era già passato. Poi, mentre si scivolava nella notte liquida e ognuno sospirava, di nuovo facevo capolino. Rappresentavo la paura e la speranza, racchiudevo il senso di una scelta obbligata: morire sicuramente di fame o, forse, annegati?
 
Quel “forse” era lo spiraglio per la salvezza agognata, che aveva spinto ciascuno ad affrontare un viaggio disperato in balia delle angherie, del freddo, delle onde. Quel “forse” era tutta la speranza di cui ciascuno disponeva.
Che silenzio, lì in mezzo a quel mare verso la terra promessa!
 
Del resto, quando tutte le energie servono per pensare a sopravvivere non resta più niente da condividere. Per questo io non c’ero più. O, meglio, c’ero, ma ben nascosta nei cuori di ognuno.
Piangeva il cuore, non gli occhi, perché io esprimo sentimenti, emozioni. Io accompagno comunque e sempre la vita. Quando questa sfugge o – peggio – senti che ti abbandona io non servo più. Non ho più niente da accompagnare. Resto rintanata e m’inabisso, chiusa nel cuore di quel corpo che era e non è più.
 
“Mai più” si scrisse, mai più, sperai io. Si può affogare nelle lacrime ma non affogare una lacrima. E invece, anche in questa notte di aprile sono qui che scendo giù. Ancora una volta, non per rigare un volto ma per accompagnare un cuore: non una, ma 100, 200, 300, forse 700 volte.
Troppe per ascoltare slogan anziché vedere azioni.
Troppe per l’ennesima cerimonia di Stato quando proprio gli Stati si sono oscurati le coscienze di un buio più profondo di questa notte che ci inghiotte.
 
Nella notte di un aprile che racchiude le promesse della primavera, le speranze di una Resurrezione da cui le anime traggono linfa per credere in una felicità eterna, io sono qui che scendo 100, 200, 300, forse 700 volte.
Troppe, anche per una lacrima.
 
Daniela Francese

Daniela Francese

19 Aprile 2015

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