Monaldi. Ecco il piano del manager Longo per uscire dal tunnel

Monaldi. Ecco il piano del manager Longo per uscire dal tunnel

Monaldi. Ecco il piano del manager Longo per uscire dal tunnel
Il concetto chiave è la Rete aziendale dei trapianti. Una sorta di spina dorsale organizzativa multidisciplinare che interconnetterà tutte le unità cliniche attive, che dovranno imparare a lavorare. “La complessità e singolarità delle attività legate ai trapianti pediatrici richiede necessariamente una forte integrazione dei saperi e delle esperienze”, spiega Longo.

Trapianti pediatrici al Monaldi: il direttore generale Giuseppe Longo ha un piano per uscire dal tunnel e tornare in pista prima dei 365 giorni di stop imposti dalla Commissione nazionale di certificazione ministeriale guidata da Alessandro Nanni Costa che a metà dello scorso dicembre,  dopo una minuziosa visita ispettiva scaturita dalle segnalazioni di Federconsumatori e delle associazioni di pazienti, ha fatto scattare il semaforo rosso per un anno a tutte le attività di sostituzione d’organo pediatriche. Il nuovo modello organizzativo messo a punto da Longo è nero su bianco in un prototipo da collaudare sul campo nelle prossime settimane. Il freno tirato ai trapianti di cuore per i piccoli era in vigore già da un paio d’anni con una limitazione alla sola fascia di età sopra i 24 mesi ma oggi consente di marciare solo nelle attività per adulti.

Sette i punti centrali del Piano del manager: si parte dalla fase della presa in carico (che fa perno sull’ambulatorio dedicato e sul trasferimento da altri ospedali), fase di pretrapianto in regime di extraricovero (di pertinenza delle cardiologie e che prevederà anche percorsi di accesso di pazienti in emergenza-urgenza), ricovero (con percorsi a intensità di cura crescenti sulla base di specifiche esigenze assistenziali anche ricorrendo all’assistenza meccanica e al cuore artificiale), valutazione clinica e inquadramento diagnostico con eventuale inserimento in lista di attesa (la decisione finale sarà collegiale in base a linee guida condivise e specifiche procedure operative), fase del trapianto (collegata alle attività dell’equipe che esegue l’espianto dell’organo che vedrà all’opera, fianco a fianco, l’unità di cardiochirurgia dei trapianti e quella di cardiochirurgia pediatrica), fase del post-trapianto (condotta dalla Terapia intensiva cardiochirurgica), infine la dimissione con la continuità assistenziale e follow-up. In quest’ultima curva si posizionano  molte delle difficoltà scontate negli ultimi anni dal Monaldi.

La modalità assistenziale prevista dal direttore generale è un regime ambulatoriale o di day service. “In alternativa – si legge nel piano – possono essere presi in considerazione, sulla basse delle condizioni cliniche del paziente, ricoveri brevi in day hospital o in regime ordinario con specifici percorsi di cura e modalità di accesso anche in emergenza-urgenza con la regia della direzione sanitaria in connessione con medici di famiglia e 118 individuando percorsi e circuiti alternativi di ammissione”.       

Il concetto chiave, per la riorganizzazione delle attività pediatriche pensata da Longo, è la rete aziendale dei trapianti. Una sorta di spina dorsale organizzativa multidisciplinare che interconnetterà tutte le unità cliniche attive, dalla Cardiochirurgia dei trapianti alla Cardiochirurgia pediatrica e cardiopatie congenite, dalla Terapia intensiva pediatrica ad indirizzo cardochirurgico alla cardiologia pediatrica e Utic fino alle unità di Terapia intensiva coronarica (della ex Sun) e di malattie cardiologiche congenite, anch’esse afferenti all’Ateneo Vanvitelli. Competenze e specializzazioni diverse che oggi viaggiano su corsie e velocità differenti e che invece dovranno abbattere i muri e trovare una direttrice comune imparando a cooperare e lavorare in squadra per prendere in carico i piccoli pazienti con malattie cardiache deputati al trapianto.

“La complessità e singolarità delle attività legate ai trapianti pediatrici – spiega Longo – richiede necessariamente una forte integrazione dei saperi e delle esperienze maturate da ognuno dei componenti delle singole unità operative. Ciò significa che per raggiungere un obiettivo comune, ottenere un beneficio condiviso, ogni operatore sanitario dovrà integrarsi con gli altri e lavorare in team”. Un appello all’unità che evidentemente punta il dito anche sulle divisioni e spaccature interne registrate negli ultimi anni.
 
Ettore Mautone

E.M.

28 Aprile 2017

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