Usciamo dalla difesa della “cittadella”

Usciamo dalla difesa della “cittadella”

Usciamo dalla difesa della “cittadella”

Gentile Direttore,
passano i secoli ma gli Almanacchi sono sempre di moda: fine anno, tempo di bilanci e di buoni propositi. In tanta mole di autopromozioni mi ha colpito il discorso di Francesco alla Curia. "Questa non è un'epoca di cambiamento ma un cambiamento di epoca" ha detto il Papa. Una grande verità su cui meditare, in particolare da parte dei medici che vivono, come tutti, con preoccupazione il presente e sono immersi nelle trasformazioni sociali, politiche, economiche e culturali del nostro tempo ma anche nel progresso inarrestabile della scienza e nell'incertezza del sistema in cui operano.
 
Problemi della sanità e inquietudini dei medici: quando "il presente ci offende e il futuro ci minaccia", come dice Machiavelli, è facile battersi per l'autopreservazione piuttosto che adeguare la memoria del passato alla costruzione del futuro.
Il quale futuro non è un luogo dove si va, trasportati dalla corrente, ma il presente come lo si vive, mantenendo fermi i valori fondanti, l'universalità delle cure e l'uguaglianza delle prestazioni, e adeguando la prassi e la deontologia ai cambiamenti antropologici.
 
Senza dimenticare che la tecnologia ormai imperante può rappresentare una minaccia per la libertà e per il lavoro ma può, al contrario, essere di grande aiuto per una professione migliore e più efficace.
 
Ho l'impressione che molta parte del disagio della categoria discenda dal fatto che non sappiamo usare i social, a differenza delle Sardine, e abbiamo grandi difficoltà a comunicare tra professionisti e con i cittadini.
Conviene allora ricorrere a un bagno di realtà invece che ai consueti proclami tra il lamentoso e il celebrativo che cadono nell'indifferenza generale e aumentano il disagio dei medici, convincendoli che il loro giustificato malessere è colpa di questo o di quello, il che solo in parte è vero; è inevitabile diffidare dai cambiamenti e questo è un tempo che corre troppo veloce.
 
Occorre essere convinti di alcuni importanti mutamenti e su questi ragionare per affrontare i problemi della medicina e della sanità. Bastano poche considerazioni.
Il medico è tuttora l'indiscusso leader intellettuale della sanità ed è la figura professionale che possiede il maggior bagaglio cognitivo nella medicina. Tuttavia i confini di questa antica prevalenza sono assai mutati.
Il medico non è più l'unico produttore di cultura nella medicina né il gestore unico della sanità.
Il medico non svolge più il suo mandato in solitudine ma all'interno di procedure complesse che implicano competenze interdisciplinari.
 
Il medico e il paziente non si confrontano più in isole solitarie ma in enormi strutture che necessitano di organizzazioni complicatissime, di finanziamenti ingenti e di strumenti, farmaci e dispositivi, prodotti da privati a scopo di lucro.
Il medico si confronta con una persona che chiede aiuto ma, nello stesso tempo, è un cittadino portatore di diritti (e seguace di Dr. Google); il consenso informato esiste solo da qualche decennio.
Il medico decide chi e come curare ma dentro precisi limiti definiti da scelte politiche che rispondono a esigenze sociali e economiche ma anche a interessi di parte.
I medici del sevizio sanitario dovrebbero insegnare la professione ma questa è in mano all'università.
 
In un recente libro Sandro Spinsanti ricorda ai medici la cura "con parole oneste" e c'è un indubbio bisogno di maggior professionalità relazionale in un mondo privo di certezze in cui il medico rappresenta un aggancio di speranza.
Ma non possiamo non riflettere sul fatto che tutto questo, la relazione tra medico e persona, si svolge in un sistema complesso e complicato in cui si fronteggiano molteplici interessi (i medici, i pazienti, gli amministratori, i finanziatori, i produttori di beni) che cambiano profondamente la medicina come l'abbiamo vissuta finora.
 
Allora piuttosto che recriminare o indurre un clima di esaltazione, una sorta di sovranismo deontologico, da cui la FNOMCeO si è tenuta fuori con opportuna saggezza, è meglio avviare un'analisi realistica del mondo in cui si vive, ricordando che negli ultimi cinquant'anni la sanità ha raggiunto eccellenti risultati grazie all'opera dei medici, anche se sarebbe stata utile una maggior capacità di reazione di fronte alle minacce portate alla professione non da pretese altrui ma dal prevalere di interessi o di banale incompetenza. Nemico della professione è tutto ciò che attenta all'unità del servizio e accentua le disuguaglianze tra cittadini e tra professionisti.
 
In conclusione la sanità si fonda ancora sull'opera dei medici quali leader indiscussi dei percorsi assistenziali, ma i limiti della professione sono diversi da quelli conosciuti finora. Su questi occorre discutere e trovare un ragionevole compromesso che si chiama governance del sistema sanitario o governo clinico.
 
La relazione tra medico e cittadino è tuttora il fondamento della medicina; ma questa non è più prassi individuale bensì impresa sociale. Questa è la realtà e non accetta fantasie solipsistiche.
 
Nell'anno che inizia dovremmo cessare dalla difesa della cittadella e dal complesso dell'assedio per uscire nella modernità e creare processi di cultura sanitaria utili per tutti. La scienza e la tecnica offrono strumenti sempre più potenti per curare le malattie e promuovere la salute e i medici li sanno usare. Così si fanno gli interessi delle persone e quelli della professione.
 
Antonio Panti

04 Gennaio 2020

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