Specializzazioni in Medicina: un rebus ancora senza soluzione

Specializzazioni in Medicina: un rebus ancora senza soluzione

Specializzazioni in Medicina: un rebus ancora senza soluzione

Gentile Direttore,
l’annosa questione delle scuole di specializzazione mediche sta assumendo dei contorni che rasentano l’assurdo. Si sa da molto tempo che il numero di medici del SSN è calato e continuerà a calare vistosamente. Eppure non si è fatto nulla. A tutto questo si aggiunge la rivoluzione che la pandemia ha provocato sia nell’organizzazione a breve termine che sperabilmente nella riconsiderazione generale dell’offerta della medicina pubblica. Elencherò schematicamente le considerazione di CIMO:

Non sembra essere opportuno abolire il cosiddetto numero chiuso (che sarebbe meglio chiamare numero programmato) a Medicina mentre invece va chiaramente garantita a tutti i neolaureati l’accesso alla scuola di specializzazione. E’ assurdo ridursi a dover considerare a volte improbabili modalità di reclutamento nei ranghi falcidiati degli specialisti e lasciare migliaia di medici in una zona grigia nella quale la specializzazione, che comunque rimane un elemento arricchente indispensabile della formazione, diventa una chimera. Se tutto questo costerà 250-300 milioni di euro saranno comunque soldi ben spesi.

Ricordiamoci che ogni laureato in medicina costa alla collettività certamente di più delle tasse universitarie che versa. Perdere migliaia di medici, a volte i migliori e più motivati, significa regalare un asset alla Gran Bretagna o Germania o Francia di turno. Le 4200 borse promesse dal Ministro della Salute sono un primo passo significativo ma insufficiente soprattutto quest’anno dove la laurea abilitante potrebbe addirittura far aumentare le richiesta abituale. Potrebbero anche presentarsi 20.000 candidati. Anche comunque a condizioni invariate l’anno scorso solo il 47% dei laureati ha potuto iscriversi alle scuole di specializzazione.

Quest’anno la percentuale potrebbe arrivare al 55% rimanendo ben lontana dall’obbiettivo di ridurre in modo significativo l’imbuto formativo. Devono essere ridefiniti i metodi per determinare i fabbisogni ed eventualmente ricalibrare ogni due anni il peso relativo delle specialità per evitare carenze nei settori più importanti.

Le sedi delle scuole di specialità non devono essere garantite sempre e comunque ma deve esistere competizione per attrarre gli studenti più motivati. E’ necessario che i ministeri competenti forniscano ai candidati tutte le informazioni possibili per consentire agli stessi di scegliere la sede in cui più probabilmente riceveranno una formazione di livello. Si dovrebbe conoscere per ogni scuola il numero di iscritti, i tassi di abbandono ed i trasferimenti, la descrizione dettagliata dei piani didattici, la composizione della rete formativa e la qualità didattica basata anche sui giudizi espressi dagli specializzandi sui propri insegnanti e tutor e sulla rete formativa complessivamente.

In un sistema che funziona i docenti non devono temere di essere giudicati. Il vero maestro è colui che riesce a farsi superare dagli allievi. Chiunque abbia insegnato in una Scuola di Specializzazione sa benissimo che i giudizi sui docenti circolano comunque e spingono gli specializzandi a scelte nell’ambito della stessa rete formativa. Basta ufficializzare questa prassi che all’estero è abbastanza la regola. Sempre a riguardo della qualità formativa, sarebbe necessario, utilizzando anche gli strumenti esposti prima, garantire una formazione il più omogenea possibile su tutto il territorio nazionale.

L’accreditamento delle Scuole non deve essere solamente un atto formale all’inizio dell’attività ma deve contemplare una valutazione ex post. Quindi le reti formative devono esistere realmente e non solo sulla carta. E qui si arriva alla famosa questione del rapporto tra Università ed Ospedali d’insegnamento (chiamiamoli così) nei quali siano presenti tutte le strutture necessarie a costruire una modalità didattica efficace. La Scuola di Specializzazione è un’attività professionalizzante. Pertanto proporre di creare come fanno alcuni una separazione tra l’attività teorica in capo all’Università e quella pratica svolta nelle strutture convenzionate del SSN non ha il minimo senso. Essendo un percorso professionalizzante, le due cose procedono di pari passo fin dall’inizio e le competenze acquisite consentono poi allo specializzando di assumere progressivamente compiti più professionalmente sfidanti e di conseguenza maggiori responsabilità. Nel mondo anglosassone esistono i junior residents che generalmente sono medici in formazione del primo biennio ed i senior residents, più esperti, che in gran parte possono vicariare gli strutturati anche in compiti impegnativi.

Certamente molte perplessità vengono espresse dagli specializzandi in merito alla possibilità di essere destinati presso presidi inadatti all’attività formativa per sopperire alle carenze di organico. Quindi su questo punto bisogna essere molto netti e ribadire nuovamente che i criteri per l’accreditamento di strutture convenzionate devono essere stringenti e periodicamente verificabili.

Ed infine il contratto di formazione. Dovrebbe essere preservato un impianto normativo che garantisca la doppia natura del medico in formazione, quella di discente e quella di professionista che nel suo percorso formativo acquisendo sempre più autonomia certificata è in grado di operare autonomamente negli ambiti in cui gli sia stata riconosciuta una competenza specifica.
 
Sergio Barbieri
Vicepresidente vicario CIMO

16 Giugno 2020

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