Bambini e terapie del dolore. Quando non si usano le terapie adeguate

Bambini e terapie del dolore. Quando non si usano le terapie adeguate

Bambini e terapie del dolore. Quando non si usano le terapie adeguate
Si tratta di neonati, bambini con problemi neuromotori e piccoli con malattie molto gravi ricoverati nelle terapie intensive. Per queste categorie la percentuale di trattamento del dolore è frequentemente bassa e non supera il 40%. Parte un progetto dell’Associazione vivere senza dolore per monitorare la situazione, in collaborazione con la Fondazione Maruzza Lefebvre

“La scarsa valutazione e trattamento del dolore nel bambino è un problema importante e quanto mai attuale”, dichiara a Quotidiano Sanità la professoressa Franca Benini, responsabile del Centro di Riferimento regionale veneto di Terapia del Dolore e Cure palliative Pediatriche e direttore scientifico del progetto “Spegni il dolore. La rete delle lampade”, promosso dall’Associazione vivere senza dolore con la Fondazione Maruzza Lefebvre.
 
“La letteratura conferma che il dolore non trattato, soprattutto in età pediatrica, determina numerosi effetti negativi sia attuali che a distanza. Oltre ciò il dolore è, fra tutti i sintomi, quello che più angoscia e preoccupa il paziente e la sua famiglia: se non trattato, ha un impatto fortemente negativo sul  vissuto di malattia e sulla qualità della vita. Diventa pertanto importante avere a disposizione degli strumenti che, in maniera semplice ed efficace, possano aiutarci a valutare come trattiamo il dolore nel bambino”.
 
“Per questo – osserva la responsabile del Centro – un board di 20 esperti (medici, infermieri, psicologi, esponenti di società scientifiche, ecc.) ha elaborato un questionario, distribuito da pochi giorni presso 7 centri pediatrici nazionali tra i più accreditati, che permetterà in ogni struttura di fare una valutazione del livello di adeguatezza degli interventi messi in atto per il controllo del dolore pediatrico e di individuare eventuali criticità, su cui concentrare sforzi ed attenzione. Si tratta di uno strumento adattabile a qualsiasi struttura ospedaliera sia di I, II, III livello, che consentirà di migliorare l’approccio al dolore e di incrementare, fra i diversi centri italiani, la condivisione di strategie ed esperienze positive”.
 
“Purtroppo – continua la professoressa Benini –  ancora troppi bambini durante la malattia hanno un dolore non trattato. Su alcuni, in particolare, è importante concentrare la nostra attenzione: sono i bambini più fragili, quelli che per età, situazione o patologia, non riescono o non possono esprimere il loro dolore. Mi riferisco ai neonati, ai bambini con problemi neuromotori e ai piccoli con malattie molto gravi ricoverati nelle terapie intensive. Per queste categorie, la percentuale di trattamento del dolore è frequentemente bassa e non supera il 40%. Si potrebbe fare molto di più anche in situazioni più semplici e meno gravi, quali i piccoli traumi, le infezioni respiratorie o il mal di pancia”.
 
“Il progetto nasce da un percorso iniziato nel 2012 – spiega Marta Gentili, Presidente dell’Associazione vivere senza dolore – con l’obiettivo di definire degli indicatori che permettessero ai centri ospedalieri di misurare la qualità del loro approccio al dolore pediatrico. A ogni centro partecipante saranno attribuite una o più ‘lampade del sorriso’, secondo il livello di cura raggiunto, in modo da creare un network e costituire, così, una rete di eccellenza, ‘la rete delle lampade’. Da anni – conclude Gentili – portiamo avanti progettualità rivolte alla cura della sofferenza di adulti e bambini, con l’obiettivo di favorire una migliore applicazione della Legge 38.”
 
“Il via alla fase operativa del progetto rappresenta motivo di grande soddisfazione – commenta Silvia Lefebvre della Fondazione Maruzza Lefebvre D’Ovidio – non solo per il risultato scientifico raggiunto, ma perché è la dimostrazione di come sia possibile, unendo le forze, ottenere grandi risultati. Tutti i componenti del board hanno messo disposizione le loro competenze, per offrire alla comunità medica e ai pazienti uno strumento universale che possa aiutare a migliorare la qualità di vita dei malati, specie se bambini”.
 
Emanuela Medi

E. Medi

19 Gennaio 2014

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