Carceri. Dal 2008 ad oggi 500 suicidi. Ecco il Piano nazionale per prevenirli approvato dall’Unificata

Carceri. Dal 2008 ad oggi 500 suicidi. Ecco il Piano nazionale per prevenirli approvato dall’Unificata

Carceri. Dal 2008 ad oggi 500 suicidi. Ecco il Piano nazionale per prevenirli approvato dall’Unificata
Aggiornati gli interventi e la metodologia per riuscire a prevenire il più possibile i suicidi nelle carceri italiane. Un obiettivo che vede impegnato sia il Ssn,che dal 2008 ha la responsabilità della sanità carceraria, che l'amministrazione penitenziaria che resta comunque la titolare della funzione. Molte le novità, con l'obiettivo di dotare tutti gli Istituti di pena di quelle misure di monitoraggio e prevenzione del rischio suicidario già definite con le precedenti linee guida. IL DOCUMENTO.

La salute dei detenuti è compito dal 2008 del Ssn. E da quell’anno i suicidi in carcere sono stati oltre 500 (22 solo da inizio anno fino a giungo 2017).
 
Per questo la Conferenza Unificata ha dato l’intesa sul “Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti” che ha come obiettivo quello di prevenire, appunto,  le condotte suicidarie in ambito penitenziario degli adulti ed è finalizzato a realizzare in tutti gli Istituti Penitenziari attività che posseggano le seguenti caratteristiche:
– piena condivisione del complesso degli interventi da parte del Servizio sanitario nazionale e dell’Amministrazione della Giustizia;
– implementazione di organizzazioni funzionali dedicate a livello centrale, regionale e locale, costantemente integrate nelle professionalità e negli obiettivi;
– regolamentazione del monitoraggio degli interventi e degli esiti;
– definizione idonea a soddisfare adeguatamente i criteri di riferimento dei diversi attori interessati all’analisi e alla gestione del fenomeno suicidio;
– costante definizione e aggiornamento di protocolli operativi e locali;
– esclusione di ogni forma di iniziale coinvolgimento dei servizi sanitari specialistici della salute mentale nelle attività per prevenire il rischio di riconduzione errata delle scelte suicidarie nell’ambito di condizioni patologiche psichiatriche.
 
Il Piano nazionale di prevenzione prevede tre livelli organizzativi – centrale, regionale e locale – in cui sono costantemente rappresentate le istituzioni sanitarie e penitenziarie ed è stato elaborato dallo specifico Tavolo sulla sanità penitenziaria presso la Conferenza Unificata.
 
Il Piano prevede l'attivazione, innanzitutto, di una rete di referenti che lo sostenga e in questo senso la prima azione da compiere è formalizzare i vari gruppi, che ai livelli regionali e locali e nella logica precedentemente indicata , si occuperanno dell'implementazione dei programmi.
In coerenza con il Piano, le Regioni formulano o rivedono e se adeguano, i protocolli già redatti tra le rispettive parti che dovranno fornire le indicazioni più utili ai livelli locali, prendendo necessariamente in considerazione e prevedendo tutti i punti indicati  nelle Linee guida dell'Oms.
 
Metodologicamente sono quattro le aree operative che devono ricomprendere l'opera di tutte le componenti professionali, volontarie e detenute.
A ognuna di queste aree è assegnato uno o più dei seguenti compiti:
 
1. Area dell'attenzione e del sostegno tecnico – clinico
Vi afferiscono tutte quelle figure clinico – professionali che  operano quotidianamente e che possono cogliere sintomi e/o richieste di attenzione e di cura nel corso di visite, colloqui, distribuzione di terapie. Tale ambito si compone di medici, infermieri, psicologi che possono, in questi casi, dare corso ad un primo sostegno e alla segnalazione del caso.
 
2. Area dell'attenzione e del sostegno tecnico
In questo caso ci si riferisce specificatamente alla figura del funzionario giuridico pedagogico che, seppur non dotato di competenza clinica, nell' ambito delle sue incombenze può individuare situazioni personali di fragilità e difficolta, comunicarla e dare corso ad un primo sostegno.
 
3. Area dell'attenzione atecnica
E’ la parte numericamente più consistente della rete. Se tutte le altre figure citate possono  venire  in contatto  con  situazioni  di  rischio  nel  corso  delle  loro attività professionali (colloqui , visite, ecc.) quelle che compongono quest'area svolgono un presidio, o comunque hanno una presenza, costante dei settori detentivi e possono, quindi, agire un'attenzione  diffusa e capillare. Ci si riferisce  al personale  di polizia penitenziaria e agli stessi compagni di detenzione. Un' ulteriore rete, sicuramente non di minore importanza, è  rappresentata dai volontari penitenziari che possono intercettare  casi  di fragilità e  interfacciarsi sia con i sanitari  che con gli  operatori penitenziari per segnalare le situazioni di vulnerabilità sociale. E’ necessario da subito, sgombrare il campo da eventuali equivoci.
 
Trattandosi di figure non dotate di competenze  specifiche,  non  potranno  essere  assegnati  compiti  tecnici  di natura clinica,  e nel caso  dei detenuti, il  loro impegno  non  potrà in  nessun modo essere considerato sostitutivo dell'attività istituzionale e ancor di più potenzialmente costitutivo di potenziali responsabilità. Ed è da ritenere essenziale la possibilità  di sviluppare  nel  personale,  nei  volontari e nei detenuti una sensibilità finalizzata a cogliere segnali di disagio e generare soluzioni che limitino la possibilità che i loro portatori rimangano senza una rete di attenzione.
 
4. Area della decisione
E' costituita dal Direttore dell'istituto ma anche da chi,  nel particolare  momento della decisione, in assenza delle figure apicali, svolge le funzioni di governo  quali, ad esempio, il Comandante del reparto o gli Addetti alla c.d. Sorveglianza Generale. A queste figure spettano le decisioni operative in ragione degli elementi di conoscenza che, nell' immediatezza dei fatti, la rete di attenzione gli sottopone.
 
L' elaborazione dei Piani regionali e locali di prevenzione costituisce il nucleo centrale del Piano Nazionale di prevenzione. Il livello centrale non può infatti impartire direttive di dettaglio, per la naturale diversità tra le varie realtà locali in termini di strutture, scelte operative, contesto, risorse e opportunità a disposizione. Ed è possibile indirizzare  l'operato di tutte le realtà fornendo  loro conoscenze, spunti di riflessione, indicazioni e direttive che aiutino l'elaborazione regionale e locale attraverso la declinazione delle prime con riferimento alle dovute differenziazioni già dette.
 
E’ questo il senso del presente Piano che si ispira alle indicazioni elaborate dall'Oms e ad alcuni specifici studi condotti in Italia.
Sulla base di questi ultimi, i livelli regionali e locali elaboreranno i propri Piani ricercando, rispettivamente, gli accordi generali e le soluzioni localmente praticabili. L'approccio più opportuno fa riferimento alla necessita di coinvolgere tutti gli attori del sistema penitenziario e sanitario, compresa la componente detenuta, per attivare una rete di attenzione più possibile estesa e capillare, che consenta di rilevare eventuali segnali di disagio e sofferenza emotiva, in correlazione con un rischio suicidario. Colte queste necessità, si tratterà di prevedere le modalità con le quali segnalarle a quelle componenti specialistiche che possono adeguatamente predisporre gli interventi più opportuni.
E' fondamentale, quindi, promuovere il modello di lavoro interdisciplinare tra le diverse aree di intervento, penitenziario e sanitario, per intercettare e trattare in modo coordinato, celere, adeguato e continuo, le criticità dei detenuti.

27 Luglio 2017

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