Dibattito sulla fiducia. De Biasi (Pd): “Vorrei che Renzi ringraziasse anche chi lavora nella sanità”

Dibattito sulla fiducia. De Biasi (Pd): “Vorrei che Renzi ringraziasse anche chi lavora nella sanità”

Dibattito sulla fiducia. De Biasi (Pd): “Vorrei che Renzi ringraziasse anche chi lavora nella sanità”
Così la presidente della Commissione Sanità del Senato ieri sera in Aula negli interventi seguiti al discorso del presidente del Consiglio che aveva iniziato ringraziando gli insegnanti per il loro lavoro e per la loro missione. Un intervento tutto segnato dal richiamo al nuovo Governo a dare il massimo per il rilancio del Ssn.

La sanità è tra i temi non toccati dal presidente  del Consiglio Renzi nel suo discorso di ieri al Senato. Una mancanza notata da alcuni senatori (Volpi della Lega, Romano dei Popolari per l’Italia) ma rimarcata soprattutto da Emilia Grazia De Biasi, la presidente della Commissione Sanità del Senato, PD, che ha incentrato tutto il suo intervento in Aula proprio su questa mancata citazione. Eccolo nella sua versione integrale riportata dai bollettini del Senato.
 
“Signor Presidente, il Presidente del Consiglio ha ringraziato giustamente gli insegnanti; io vorrei che si associasse a noi nel ringraziamento alle tantissime persone che lavorano ogni giorno nella sanità e nel welfare del nostro Paese, e lo fanno in alcuni casi in condizioni francamente preoccupanti.
 
Io condivido quello che lei ha detto, cioè che bisogna cambiare, ma sono ancora di più d'accordo con l'idea che bisogna cambiare non conservando ma innovando, e noi abbiamo bisogno proprio in questi settori di un'innovazione di sistema.
Abbiamo a che fare non solo con un Servizio sanitario nazionale, ma con un diritto, quello alla salute, che è l'unico diritto che la Costituzione definisce come fondamentale, e con una definizione di salute, da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità, come benessere fisico e psichico delle persone. Bisogna tutelare, ma per tutelare occorre avere contezza dei cambiamenti avvenuti nel Paese e delle necessità di adeguamento, di modernizzazione, sapendo però che la sanità italiana è una buona sanità. La sanità è leva di sviluppo economico, sociale, istituzionale, culturale, e di sviluppo economico: penso al farmaco, alla ricerca, al fatto che in Italia siamo leader mondiali nella ricerca delle molecole, ma siamo quasi una sede di delocalizzazione per la produzione.
 
In secondo luogo, basta con quel luogo comune della sanità come spreco, anche perché 30 miliardi tagliati in questi anni alla sanità ci pongono al di sotto della media europea per le spese e gli investimenti in questo settore. E allora credo che si debba passare dalla logica del taglio lineare a quella della riconversione della spesa; in una parola, come abbiamo detto al commissario Cottarelli, da qui non esce uno spillo: ogni euro risparmiato in sanità deve ritornare ad incrementare quantitativamente e qualitativamente il Servizio sanitario nazionale.
Per quanto riguarda lo sviluppo sociale, mi permetta di lanciare un allarme molto grande sulla non autosufficienza: a quando un piano sociosanitario per queste migliaia e migliaia di persone che davvero sono abbandonate a se stesse e non riescono ad avere né nel pubblico né nel privato la soddisfazione di quel diritto minimo alla vita quotidiana?
 
In terzo luogo, vorrei soffermarmi sullo sviluppo istituzionale e sulla riforma del Titolo V della Costituzione. Credo che con tutte le buone intenzioni di partenza, noi oggi dobbiamo però dirci che la sanità non può essere affidata a 21 «Staterelli» autonomi che non comunicano con lo Stato, con uno Stato che non comunica con loro, al di là della Conferenza Stato-Regioni.
Credo che vi sia un tema serio; la diversità dei modelli e del modo di lavorare è una ricchezza, ma la difformità è un'altra cosa, perché la difformità diventa disuguaglianza e, dato che io credo nelle pari opportunità, come ridefinizione moderna del valore dell'uguaglianza, penso che non possa essere il caso, dove si nasce o si vive, a decidere se una persona viene curata bene o male. Credo che questo sia un tema che riguarda il rapporto con il territorio, con modelli innovativi che portino al risparmio, al reinvestimento e ad una semplificazione. Ci vogliono persino 50 mesi per definire protocolli sui farmaci innovativi tra l'Agenzia nazionale del farmaco e le Agenzie regionali: 50 mesi per un farmaco innovativo significa che uno, nel frattempo, è morto. Penso allora che su questo si debba mettere mano velocemente.
 
Per quanto riguarda lo sviluppo culturale, sono convinta che anche nella sanità e nel welfare il tenore di vita si definisca come un incrocio tra le condizioni materiali di vita, il reddito e le ambizioni sull'autonomia del proprio progetto di vita, che è la grande sfida moderna del welfare. Un welfare che ci accompagni lungo l'arco della vita e sappia produrre lavoro e qualità sociale, che sappia mettere in Rete le risorse e che si occupi delle vecchie e nuove povertà, che non sono solo materiali.
 
Insomma, sanità e welfare sono nella scia dello sviluppo come libertà, per dirlo con Amartya Sen. Ciò significa che almeno una parte di questo immenso compito – io mi auguro – possa essere abbracciata dal suo Governo, a cui mi appresto a dare fiducia, convinta che al centro vi sarà la promozione della libertà umana”.

25 Febbraio 2014

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