L’Europa rischia di avere più bisogno di cure proprio mentre diminuiscono le persone disponibili a garantirle. È questo il messaggio che emerge dalla relazione “An EU health workforce crisis plan: sustainability of healthcare systems and employment and working conditions in the healthcare sector”, redatta congiuntamente da Loucas Fourlas (PPE) per la commissione Occupazione e da Ruggero Razza (ECR) per la commissione Sanità pubblica.
Il documento sposta il baricentro del dibattito: la carenza di personale sanitario non è più soltanto un problema occupazionale, ma una questione di sicurezza dei pazienti, accesso alle cure, coesione territoriale e sicurezza strategica europea.
I numeri della crisi
La fotografia scattata dalla relazione è impietosa. Nel 2022 nell’Ue si stimava una carenza di circa 1,2 milioni tra medici, infermieri e ostetriche rispetto al personale necessario per raggiungere una copertura sanitaria universale. Il settore sanitario risulta inoltre stabilmente fra i tre settori con le più gravi e diffuse carenze di manodopera negli Stati membri.
La relazione richiama una previsione di 950.000 operatori sanitari mancanti entro il 2030. Nella motivazione finale compare una stima ancora più ampia, riferita complessivamente agli operatori sanitari e assistenziali, secondo cui la carenza potrebbe superare i 4 milioni entro il 2030. I due numeri fanno riferimento a perimetri e fonti differenti.
Il problema è destinato ad aggravarsi per effetto dei pensionamenti: il 30% dei medici europei e il 18% degli infermieri ha almeno 55 anni. In 12 Stati membri, già nel 2022, la quota dei medici di almeno 55 anni raggiungeva addirittura il 40%.
La crisi del personale è già una crisi delle cure
Le conseguenze sono concrete: meno personale significa visite più brevi, liste d’attesa più lunghe, pronto soccorso sovraffollati, diagnosi tardive, minore prevenzione e maggiore probabilità di errori. La relazione afferma espressamente che le carenze croniche possono essere associate a danni, complicazioni e riammissioni evitabili, minore monitoraggio dei pazienti, mancata esecuzione dei controlli necessari, minore rispetto dei protocolli, ritardi diagnostici e interruzione della continuità assistenziale.
Nel 2024 il 3,6% dei cittadini Ue di almeno 16 anni che necessitavano di una visita o di un trattamento non è riuscito ad accedervi, per ragioni economiche, liste d’attesa o distanza dai servizi. In alcune regioni europee le donne incinte devono percorrere oltre 100 chilometri per raggiungere un reparto maternità. È qui che compare uno dei concetti politicamente più rilevanti della relazione: i “deserti sanitari”.
L’emergenza nascosta: la salute mentale di chi cura
Uno dei passaggi più drammatici del documento riguarda la condizione psicofisica dei professionisti. Secondo i dati Oms richiamati:
- 1 operatore sanitario su 3 riferisce depressione o ansia;
- 1 su 10 riferisce pensieri suicidi o comportamenti autolesionistici;
- 1 medico su 4, soprattutto fra i giovani, lavora più di 50 ore settimanali;
- il 32% dei medici e il 25% degli infermieri ha un contratto a tempo determinato;
- fra il 60 e il 90% degli infermieri riferisce ogni anno disturbi muscoloscheletrici.
La relazione cita livelli particolarmente elevati di burnout in alcuni ambiti, fino al 79% degli infermieri e al 65% dei medici nel settore cardiovascolare. Medici e infermieri avrebbero una probabilità cinque volte superiore rispetto alla popolazione generale di manifestare sintomi depressivi: 32% contro 6%.
Il punto decisivo è che il burnout non riguarda soltanto il benessere del lavoratore: diventa un problema di sicurezza clinica. Il documento richiama studi secondo cui gli operatori in burnout possono avere il doppio delle probabilità di essere coinvolti in incidenti riguardanti la sicurezza dei pazienti.
La prima grande proposta: un milione di operatori in più
È la proposta politicamente più forte della relazione. Il Parlamento chiede alla Commissione una strategia europea globale e di lungo periodo per il personale sanitario, con l’obiettivo di incrementare la forza lavoro di almeno un milione di operatori nel Qfp 2028-2034.
Non si propone una semplice campagna di assunzioni. La strategia deve comprendere contemporaneamente: formazione, ingresso, assunzione, condizioni di lavoro, carriera, permanenza nel sistema, mobilità, aggiornamento delle competenze e programmazione del fabbisogno. La Commissione dovrebbe inoltre monitorare sistematicamente le carenze professione per professione e regione per regione.
Organici sicuri: dal numero dei dipendenti alla sicurezza del paziente
Una delle innovazioni più concrete è la proposta di definire principi comuni europei sugli organici sicuri. La relazione chiede una raccomandazione del Consiglio e invita a valutare anche la necessità di un quadro obbligatorio, comprendente controlli sui carichi di lavoro e sui rapporti medici/pazienti e infermieri/pazienti. Gli Stati vengono inoltre invitati a considerare soglie minime e parametri di sicurezza e tempi di consultazione sufficienti per una corretta valutazione clinica.
Per gli infermieri viene proposta la creazione di uno strumento europeo standardizzato per misurare il carico di lavoro, prendendo come riferimento sistemi validati come il Nursing Activity Score. La portata della proposta è importante: un organico insufficiente viene trattato come un rischio professionale e un rischio per la sicurezza del paziente, non semplicemente come una difficoltà gestionale.
Riconoscere le professioni sanitarie come usuranti
Altro punto significativo è la richiesta agli Stati membri di riconoscere formalmente le professioni sanitarie come usuranti e particolarmente impegnative. La relazione collega questa qualificazione alla necessità di assicurare retribuzioni adeguate alle competenze e alle responsabilità, stabilità occupazionale, rispetto dell’orario di lavoro, limitazione dei turni notturni consecutivi e dei turni eccessivamente lunghi, riposo effettivo, tutela della salute mentale e fisica e contrasto alla precarietà.
Particolarmente significativa è la richiesta alla Commissione di vigilare sull’applicazione della direttiva sull’orario di lavoro: un medico su quattro e un infermiere su dieci lavorano oltre 50 ore alla settimana.
Giovani medici e specializzandi: non manodopera a basso costo
La relazione dedica un capitolo sostanziale alla generazione che dovrà sostituire quella prossima alla pensione. Si propone di finanziare i tirocini degli studenti di medicina e delle altre professioni sanitarie e di prevedere sostegni che possano accompagnare l’intero percorso di studi, comprese le attività cliniche.
Per giovani medici e specializzandi si chiedono retribuzione equa, riposi protetti, copertura previdenziale, tutela della genitorialità, supervisione e tutoraggio, insieme a standard europei minimi di qualità della formazione specialistica. La filosofia è semplice: gli studenti non devono essere utilizzati per coprire i vuoti di organico.
A questo si accompagna una proposta originale: creare un Erasmus specificamente dedicato agli istituti di istruzione e formazione sanitaria, favorendo programmi transnazionali e interdisciplinari.
Deserti sanitari: portare i professionisti dove oggi non vogliono o non possono andare
La relazione riconosce che la media nazionale del personale può nascondere enormi squilibri territoriali. Zone rurali, montane, insulari, periferiche, ultraperiferiche e spopolate hanno difficoltà molto maggiori nell’attrarre professionisti.
La risposta proposta non è esclusivamente salariale. Si ipotizzano incentivi territoriali, tra cui programmi abitativi, borse di studio, opportunità professionali e di carriera, incentivi per chi accetta di lavorare nelle aree scarsamente servite, telemedicina e valorizzazione delle farmacie di prossimità.
Il grande tema del finanziamento: la sanità nel bilancio Ue 2028-2034
Qui la relazione compie una scelta politica netta. Chiede di aumentare e utilizzare in maniera coordinata le risorse di EU4Health, Orizzonte Europa, fondi strutturali, Erasmus+, Europa digitale, FSE+ e politica di coesione, indirizzandole verso formazione, assunzione, mantenimento del personale, innovazione e territori maggiormente in difficoltà.
Ma va oltre. La relazione manifesta preoccupazione per l’assenza di una specifica linea di bilancio sanitaria nella proposta del Qfp post-2027 e chiede un bilancio sanitario specifico dell’Ue all’interno di ciascun Qfp, con risorse prevedibili e dedicate.
Ancora più politicamente significativa è l’indicazione di considerare gli investimenti sanitari come investimenti strategici e di valutare la possibilità di escludere la spesa sanitaria dalle misure di austerità, salvaguardando disciplina di bilancio, trasparenza e controllo sull’efficacia della spesa.
Investire in salute non è solo spendere
La relazione offre anche una giustificazione economica alla richiesta di maggiori investimenti. Ogni euro investito in prevenzione può produrre fino a 14 euro di rendimento attraverso minori costi sanitari e maggiore produttività. Parallelamente, le malattie non trasmissibili costano all’Ue oltre 700 miliardi di euro l’anno. Le sole malattie cardiovascolari causano 1,7 milioni di morti all’anno e rappresentano il 22% di tutti i ricoveri ospedalieri.
La conclusione economica della relazione è quindi rilevante: sanità e personale sanitario non devono essere considerati esclusivamente capitoli di spesa pubblica, ma infrastrutture produttive e strategiche dell’Europa.
Intelligenza artificiale: liberare tempo clinico, non sostituire le persone
La digitalizzazione viene vista come parte della soluzione, ma con un limite molto chiaro. Tecnologie digitali e IA possono ridurre gli adempimenti amministrativi, ottimizzare l’organizzazione, migliorare l’accessibilità dei servizi e liberare tempo dei professionisti. Ma il principio stabilito è: la tecnologia deve integrare il lavoro umano, non sostituirlo. Questo comporta anche investimenti nella formazione digitale del personale e una riorganizzazione delle competenze.
Donne e sanità: il 78% della forza lavoro
La crisi presenta inoltre una fortissima dimensione di genere. Le donne costituiscono circa il 78% del personale sanitario europeo e, in circa metà degli Stati membri, rappresentano oltre il 90% degli infermieri. Eppure persistono differenze salariali, minori opportunità di carriera e maggiore esposizione a violenza e molestie. La relazione richiama un divario di 24 punti percentuali nelle retribuzioni mensili medie tra uomini e donne nel settore sanitario e assistenziale.
Da qui le proposte su conciliazione famiglia-lavoro, servizi per l’infanzia, tutela della maternità, contrasto alla discriminazione e alla violenza e sostegno al rientro professionale.
La salute mentale come indicatore di performance
Una proposta meno appariscente, ma innovativa, è quella di considerare la tutela della salute mentale del personale come un indicatore chiave di performance dei dirigenti sanitari. In altre parole, un manager sanitario non dovrebbe essere valutato soltanto su bilanci, attività e produttività, ma anche sulla capacità dell’organizzazione di proteggere il benessere psicologico dei lavoratori. È un cambiamento culturale significativo perché trasforma il burnout da problema individuale del professionista a responsabilità organizzativa del sistema sanitario.
La chiave politica della relazione
Il messaggio che emerge può essere sintetizzato così: l’Europa rischia di avere più bisogno di cure proprio mentre diminuiscono le persone disponibili a garantirle. L’invecchiamento della popolazione aumenta la domanda; l’invecchiamento dei professionisti riduce l’offerta. Burnout, precarietà, retribuzioni insufficienti e condizioni di lavoro difficili accelerano le uscite. I deserti sanitari amplificano le differenze territoriali.
Per questo la relazione Fourlas-Razza cerca di spostare il dibattito europeo dalla gestione della carenza alla programmazione della capacità sanitaria dell’Europa. La proposta del milione di professionisti in più è il simbolo quantitativo di questa impostazione; organici sicuri, formazione, condizioni di lavoro, salute mentale, coesione territoriale e finanziamento europeo ne rappresentano l’architettura.
E il messaggio forse più significativo è che la crisi del personale sanitario non riguarda soltanto chi lavora negli ospedali: riguarda direttamente il diritto del cittadino a essere curato in tempo, vicino a casa e in condizioni di sicurezza.