“L’aborto non è mai un diritto”. Il convegno del Centro Machiavelli ospitato dalla Camera

“L’aborto non è mai un diritto”. Il convegno del Centro Machiavelli ospitato dalla Camera

“L’aborto non è mai un diritto”. Il convegno del Centro Machiavelli ospitato dalla Camera
Nel convegno ospitato, secondo quanto riporta Repubblica, grazie ad un deputato leghista, l'aborto viene definito un diritto “in senso lato quanto può esserlo quello di uccidere, di rubare, di ferire. Infatti, se diritto significa ‘posso farlo quindi è giusto che lo faccia’, allora è diritto qualsiasi cosa". E poi ancora: "Il dolore che accompagna le donne quando abortiscono è una prova tangibile del fatto che sia sbagliato".

“Aborto ed eutanasia si sdoganano spargendo confusione sui momenti in cui la vita comincia e termina. Si creano così ‘mondi di mezzo’ caratterizzati da anarchia e anomia, in cui l’uomo è ‘soggetto’ nel senso servile del termine. La liberazione si può ottenere tramite una poetica (prima ancora che etica) cavalleresca, che rifiuti di fuggire dalla vita ma cerchi di renderla bella e onorata”.

Questa è la tesi contenuta nel volume dal titolo “Biopoetica. Breve critica filosofica all’aborto e all’eutanasia” presentato ieri alla Camera dal Centro Studi Machiavelli grazie, secondo quanto riporta Repubblica, all’intervento del deputato della Lega Simone Billi. Il centro, che si autodefinisce come pensatoio della Destra sovranista italiana, nel promuovere l’iniziativa inseriva tra i partecipanti anche il deputato di FdI, Fabrizio Rossi.

Nel volume si spiega com l’accettabilità dell’aborto “chiama in causa i limiti della libertà individuale, espressi oggi in termini soggettivi (non ‘cosa’, ma ‘chi fa cosa’). L’aborto è una soluzione pratica, non è sublimabile a diritto inalienabile: non è mai giusto“. Unica eccezione potenzialmente ammissibile riguarda i casi di violenza sessuale, per la quale si richiama ad un “dilemma morale che merita un certo riguardo e delicatezza”. Anche se, nel corso della conferenza, i due autori hanno spiegato di non ritenere legittimo il ricorso all’aborto nemmeno a seguito di uno stupro.

L’aborto viene definito un diritto “in senso lato quanto può esserlo quello di uccidere, di rubare, di ferire. Infatti, se diritto significa ‘posso farlo quindi è giusto che lo faccia’, allora è diritto qualsiasi cosa. Non sparisce solo il limite tra il sacro e il secolare, ma anche il legale secolare e la volontà individuale”. E poi ancora: “Il dolore che accompagna le donne quando abortiscono è una prova tangibile del fatto che sia sbagliato, che la volontà primordiale, prima di essere soffocata da innumerevoli sovrastrutture, è riluttante”.

Riguardo alla legge 194 si spiega che dovrebbe essere chiarito “che il fatto che una legge non è necessariamente morale, non significa che non possa e non debba esserlo. Punto di partenza è chiarire che la non liceità dell’aborto è dominio del senso comune”.

“Gli eroi classici si sacrificavano per il bene della comunità; oggi la scelta dell’eutanasia è una rinuncia alla vita per la cessazione del dolore individuale. L’etica dell’interesse si sostituisce a quella del dono. Aborto ed eutanasia si sdoganano spargendo confusione sui momenti in cui la vita comincia e termina. Si creano così “mondi di mezzo” caratterizzati da anarchia e anomia, simili all’Inferno faustiano, in cui l’uomo è “soggetto” nel senso servile del termine. La liberazione dallo stato di soggetto si può ottenere tramite una poetica (prima ancora che etica) cavalleresca, che rifiuti di fuggire dalla vita ma cerchi di renderla bella e onorata”.

Giovanni Rodriquez

Giovanni Rodriquez

24 Gennaio 2024

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