La sanità tra il “fare” e il “non fare”

La sanità tra il “fare” e il “non fare”

La sanità tra il “fare” e il “non fare”
Durata governo e sanità legati a filo doppio. Ma, anche se è un paradosso, sono convinto che seppur risolvendo ad uno ad uno ogni singolo problema sul tappeto, le sorti della sanità pubblica, con questo governo e con le sue politiche deboli, sostanzialmente non cambierebbero. Cioè ho la sensazione che  il “fare” e il “non fare” si equivalgano

La battuta è fin troppo facile: se i “destini incrociati” della sanità sono quelli che  descrive Fassari non ci resta che “incrociare le dita”  e affidarci alla scaramanzia. La penuria di risorse  certo,ma soprattutto  le diverse priorità di spesa,dentro le larghe intese,allocano svantaggi e vantaggi  auto riferiti alle singole esigenze  politiche degli schieramenti  non a quelle reali del paese.
 
E' tutto da dimostrare che l'Imu, ma non solo, sia una priorità  rispetto alla tutela della salute. I “destini incrociati”  della sanità  non dipendono tanto da oggettive e innegabili  difficoltà finanziarie della crisi, ma a un tempo  sia da limiti politici intrinseci alla formula del “power sharing”(consociativismo altrimenti detto “governissimo” “larghe intese”), sia da un pensiero riformatore che non c'è. Quindi ai conflitti interni al governo su come spendere i soldi si aggiungono le “non soluzioni” che potrebbero esserci ove vi fosse un pensiero riformatore.
 
E' vero che Saccomanni con la sanità fa lo spilorcio (come tutti i ministri dell'Economia che l'hanno preceduto),ma è altrettanto vero  che abbiamo una ministra della Salute che mentre il sistema pubblico geme di privazioni, regressioni, corruzioni, anti economicità, malgoverno, si occupa di ordini professionali, di abolizione dei certificati inutili, di fumo nocivo…come un perfetto funzionario ministeriale collocabile  tra Dostoevskij  e Fantozzi. Le Regioni meglio non parlarne. A parte battere cassa le loro proposte innovative sono logore quanto le loro lagnanze.
 
Ma i “destini incrociati” della sanità mi hanno colpito  non tanto  per il censimento  puntuale dei problemi (Patto per la salute,coperture finanziarie, nuova spending review, blocco dei contratti, ordini professionali, obblighi assicurativi,  ecc.) ma  perché mi han fatto capire  che anche  risolvendo ad uno ad uno ogni singolo problema sul tappeto, le sorti della sanità pubblica, con questo governo e con le sue politiche deboli, sostanzialmente non cambierebbero. Cioè ho la sensazione che  il “fare” e il “non fare” si equivalgano.
 
Si tratta evidentemente di un paradosso, so da me che gli esiti del “fare” e del “non fare” sono tecnicamente diversi ma so anche che essi, soprattutto se superficiali,  non sono risolutivi specialmente nei confronti dei problemi strutturali del sistema sanitario. “Fare” o “non fare” un Patto per la salute, ad esempio, per come sono congegnati questi accordi finanziari, può dare un po’di ossigeno alle casse delle Regioni ma in alcun modo sarà determinante a rimuovere le grandi e innegabili contraddizioni della sanità. Per rendersene conto basta leggersi i documenti preparatori che le Regioni hanno predisposto proprio per il Patto. Esse al di là delle specifiche  questioni di merito sono terribilmente sempre le stesse da anni. Non bisogna essere necessariamente  buddisti  per comprendere  che ogni sistema complesso (e la sanità lo è in modo indicibile) è per sua  natura  impermanente, cioè  trasmutabile e quindi  riformabile.
 
Al contrario per le  Regioni tutto sembra essere permanente e intrasmutabile (ospedali,territorio,cure primarie,lea,  ecc.) cioè  quello che esiste può unicamente essere ri-organizzato nella sua permanenza. L'assenza di un pensiero riformatore vero quindi  è il vero limite che annulla la differenza tecnica tra il “fare” e il “non fare” e che condanna la sanità  ad essere permanentemente  un problema insolubile.
 
Convinto e non da ora  di queste cose  ammetto di essere  stato  suggestionato dalla notizia,riportata ieri da QS,del Friuli Venezia Giulia  che a sentire la sua governatrice  Giulia Serracchiani, si starebbe  apprestando ad abolire una riforma (la riforma a cui si allude in realtà era  una riorganizzazione  fatta da accorpamenti e separazioni) e a farne un'altra addirittura“generale del settore”. Tutto questo in ragione del fatto che “è cambiato il mondo”, cioè in ragione di quella impermanenza di cui parlavo prima. Invece di partire “dall'architettura istituzionale del sistema” dice la governatrice  del Friuli, si deve partire  “dall'analisi dei bisogni dei cittadini". Non conosco il progetto e la strategia che c'è dietro a questa riforma dichiarata e né mi faccio illusioni (definire un pensiero riformatore in sanità non è proprio una passeggiata e meno che mai una questione tecnica)  ma mi auguro che sia veramente una riforma, quindi un cambiamento, e non semplicemente una contro-organizzazione.
 
Ammetto però che la parola “riforma” oggi declassata a marginalismo  sopra tutto da Regioni leader come Toscana, Emilia Romagna, Veneto (il famoso paradosso del miglioramento senza cambiamento) quanto meno  mi ha  fatto battere il cuore  perché  comunque  sta a confermare, che il problema dei “destini incrociati” non si risolve nécon le solite minestre riscaldate delle Regioni e nétanto meno  incrociando le dita.
Quello che sta accadendo alla sanità  sa di destino ma senza esserlo. Riformismo e fatalismo sono antinomie .
Auguri  di buon lavoro al Friuli Venezia Giulia…mi permetto di rivolgere alla  sua  governatrice, un solo piccolo suggerimento:distingua “cambiamento” da “riorganizzazione”. Il primo contiene la seconda ma la seconda  almeno da un bel po’di tempo, non ha mai contenuto il primo.
 
Ivan Cavicchi   

Ivan Cavicchi

21 Agosto 2013

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