Bianco (PD):“ L’universalismo sanitario non è una scelta ideologica, ma quella che garantisce meglio i cittadini”
Intervengo sul capitolo della sanità, perfettamente consapevole e anche condividendo quella prospettiva, quell'agenda di priorità che vede nella ripresa dell'economia reale (che vuol dire impresa, lavoro, capacità di spesa dei cittadini) la chiave di volta per uscire da questa terribile spirale di recessione nella quale ormai da qualche anno il nostro Paese annaspa.
Questa consapevolezza non diminuisce, ma esalta la responsabilità morale e civile delle scelte della politica, che vanno comunque sempre orientate a garantire coesione sociale e sollievo dai disagi per i nostri cittadini. La nostra sanità pubblica – attenzione – è nello stesso tempo economia reale, perché è la spina dorsale di quella filiera della salute che registra circa il 12 per cento del prodotto interno lordo, ma è anche un grande presidio di unità morale e civile del Paese.
Questo – vale per la sanità, ma anche per altri settori del welfare – non vuol dire che debbano godere di una posizione di rendita a fronte della complessità dello scenario che affrontiamo. In realtà, non ne ha affatto goduto.
Mi permetto di citare alcuni dati che emergono dal documenti oggi al nostro esame. Negli ultimi due anni la spesa sanitaria tendenziale, così come previsto nei documenti di finanza pubblica, ha subìto riduzioni di grande rilevanza: rispetto al Documento di economia e finanze del 2011, che consideriamo il punto di riferimento (quindi, un DEF di appena due anni fa), nel periodo 2011-2014 la spesa è stata rubricata in diminuzione per cumulativi 34 miliardi di euro (ripeto, in quattro anni). Le restrizioni si sono concentrate soprattutto negli anni più recenti: 11 miliardi di euro per il 2013, 13 miliardi di euro per il 2014. A ciò si aggiungono le riduzioni previste per l'anno 2015, pari a circa 3 miliardi rispetto a quanto previsto solo nel DEF di circa un anno fa, cioè del 2012.
Se passiamo dalla spesa tendenziale a quella effettiva– che forse è un riferimento più utile – va precisato che il settore sanitario è l'unico all'interno della pubblica amministrazione che, a detta non mia, ma di un soggetto assolutamente terzo ed autorevole (mi riferisco alla Corte dei conti), ha avviato nel corso degli ultimi anni – e cito la relazione – la più completa ed avanzata revisione della spesa. Basta per tutti il dato noto del 2012, anno in cui si è speso in valore assoluto meno dell'anno precedente: 110,8 miliardi, contro i 111,6 miliardi del 2011. Nel 2012 non solo le Regioni hanno realizzato risparmi di spesa addirittura superiori a quelli imposti dalle manovre governative, ma quei risparmi sono stati anche totalmente incorporati nelle previsioni di spesa degli anni successivi.
Tutto ciò è avvenuto, ma dobbiamo stare molto attenti ed alzare la guardia sugli effetti.
Alcuni effetti sono indiscutibilmente positivi e ne siamo orgogliosi. La sanità ha dato un importante contributo al contenimento della spesa pubblica, cresciuta nel 2013 dello 0,2 per cento in questo comparto rispetto all'1,3 per cento di quella della pubblica amministrazione. Bisogna però prestare attenzione, perché i segnali di difficoltà sono chiari ed evidenti.
Concludo sottolineando la crescente difficoltà del sistema a garantire i servizi ai cittadinie degli operatori a reggere la domanda, con elementi di demotivazione.
Prendiamo atto del fatto che la Nota di aggiornamento mantiene il finanziamento; staremo a vedere cosa accadrà nella legge di stabilità. Bisogna fare attenzione, però, agli equivoci sulle varie aggettivazioni dell'universalismo.
L'universalismo non è una scelta ideologica né astratta, ma è una scelta concreta. Sono i sistemi universalistici basati sulla fiscalità generale che garantiscono il miglior rapporto tra risorse impiegate, equità ed efficacia. Insegnano altri sistemi che non vanno in questa direzione in altri Paesi.
Amedeo Bianco (PD), intervento al Senato il 9 ottobre 2010 in occasione della discussione sulla Nota di aggiornamento del Def 2013
10 Ottobre 2013
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