Cecconi (Cgil): “Qualcuno vuole trasformare la sanità in un business”
“E' stata una operazione di cassa, molto importante – ha spiegato Cecconi a “Italia Parla”, su Radio Articolo1 – che via via nel tempo ha impoverito un sistema che invece è un presidio fondamentale di cittadinanza e garanzia soprattutto per le persone più deboli. Ora ci troviamo di fronte a una situazione incredibile perché l'annuncio dei tagli possibili lo fa il ministro della Salute e quindi l’ipotesi che questo governo stia lavorando a operazioni di cassa è assolutamente attendibile, è questo che deve preoccupare”.
A questo si somma il problema dei “due miliardi di finanziamento aggiuntivo per evitare i ticket, i superticket dal 2014. Quindi non solo tagli ma addirittura, paradossalmente, non c'è nessuna operazione per bloccare i nuovi ticket”. Ormai – spiega ancora il dirigente sindacale – “siamo in uno stato di sottofinanziamento del servizio sanitario nazionale e quindi dei servizi regionali che porterà inevitabilmente tutte le regioni sotto il livello di guardia, oltre il quale scatta perfino il piano di rientro. Oggi abbiamo otto regioni italiane che sono in piano di rientro, cioè che hanno accumulato disavanzi o debiti negli anni passati tali da obbligare appunto a organizzare un piano di rientro gestito in collaborazione con lo stato e con altre regioni. Purtroppo i provvedimenti che vengono adottati nelle regioni in piano di rientro sono pesanti e fino a questo momento sono consistiti fondamentalmente in tagli e ticket aggiuntivi. Poco si è fatto sul piano della riforma strutturale della spesa, cioè la riconversione della spesa ospedaliera, quella territoriale, un governo della spesa farmaceutica, l'attenzione verso il privato accreditato che è una fonte di spese ingovernabile assolutamente preoccupante”.
“Se rimane questo livello di sottofinanziamento – spiega Cecconi – è chiaro che è altissimo il rischio di superare il livello di guardia per regioni che fino a oggi sono state virtuose: Emilia Romagna, Toscana, Lombardia, Veneto, Umbria”.
Secondo il dirigente Cgil “siamo a una svolta storica in senso negativo, non dimentichiamo che quest'anno, per la prima volta, il finanziamento al servizio sanitario è stato inferiore a quello dell'anno precedente. Non era mai successo nel dopoguerra. Quindi è chiaro che ci sono segnali di un cambiamento strutturale di sistema che prefigura un'idea anche di uscita dalla crisi che non possiamo condividere”.
Il nostro sistema sanitario, ricorda Cecconi, “in rapporto al Pil è come spesa pro-capite comparabile tra i paesi, non solo è tra i meno costosi, ma è molto meno oneroso rispetto a Germania, Francia, Gran Bretagna anche comparando le prestazioni con un livello di copertura potenziale in termini di servizi che non ha eguali in molti paesi europei e a livello Ocse. Il modello universale pubblico – per quanto abbia elementi di difetto che sono sotto i nostri occhi, le liste di attesa, la qualità spesso discutibile di alcune prestazioni e così via -, si è dimostrato assolutamente vincente. Capace cioè di tenere insieme il governo di spesa con i diritti delle persone".
"Questo è l'elemento più importante. Di questo purtroppo ci si dimentica spesso perché ci sono altri interessi in gioco. In realtà la sanità è potenzialmente un grande mercato, muove 110 miliardi di spesa all'anno e 30 miliardi di spesa privata. Qualcuno immagina di poter organizzare un business attorno a ciò che in realtà non è una merce ma un diritto. È questo il punto su cui dobbiamo insistere – conclude Cecconi – cioè il fatto che la salute deve restare nell'ambito della sfera dei diritti come afferma la nostra Costituzione”.
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15 Ottobre 2013
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