Cipomo: “Troppo poche le reti oncologiche attive. In Italia ce ne sono solo sei”
Il collegio è stato parte attiva del monitoraggio delle strutture oncologiche italiane: si è impegnato per ottenere al proprio interno una massiccia adesione dei primari oncologi medici ospedalieri in modo da riuscire a raccogliere dati provenienti dal mondo reale dell’assistenza offerta ogni giorno a tutti i cittadini sul loro stesso territorio.
Cipomo ha anche affiancato gli esperti di CittadinanzAttiva per garantire la miglior interpretazione sul piano clinico dei risultati.
Alcuni dati dello studio
L’84% delle strutture censite operano in Aziende Ospedaliere, mentre solo il 16 % sono sedi Universitarie o IRCCS. I dati rappresentano quindi la spina dorsale dell’Oncologia italiana, quello che viene offerto alla stragrande maggioranza della gente comune che si fa curare vicino a casa, nel proprio ospedale e non solo ai pochi che migrano nelle strutture di eccellenza del Nord o nelle grandi strutture IRCCS o universitarie.
Il quadro emerso dal monitoraggio
Innanzitutto, tutte le strutture hanno un Day Hospital che consente ai pazienti di curarsi in forma ambulatoriale senza ingiustificati ricoveri, quasi tutte (90%) hanno un centro di terapia del dolore. Poi, i tre quarti (76%) delle strutture di oncologia medica riescono a prendere in carico il malato entro 3 giorni dal sospetto diagnostico e di queste il 90% riesce a confermare la diagnosi, completare le indagini preliminari e avviare le cure mediche entro 4 settimane
Buona anche la sicurezza garantita al paziente: il 97% dispone di protocolli codificati e condivisi e di procedure di identificazione attiva del paziente (per evitare errori), l’81% presenta una procedura di allestimento dei farmaci centralizzata. È stata dimostrata una grande attenzione alla persona: il 94% rileva sistematicamente e monitora il dolore, il 90% offre supporto psicologico.
“Accanto a tutti questi aspetti positivi è, però, affiorato anche un elemento negativo – ha commentato Maurizio Tomirotti, Presidente Cipomo – solo il 51% delle strutture dispone di un case manager, figura professionale non ancora riconosciuta nel nostro ordinamento sanitario, di solito sono volontari, ma fondamentale nel seguire il paziente nel suo percorso, nel prenotare e coordinare tra loro le indagini diagnostiche e i tempi di cura. La criticità più forte di tutte è la mancanza di reti oncologiche: se ne contano solo sei attive”.
Ma ancora più importante dei risultati stessi secondo il presidente del Collegio è difendere Servizio Sanitario pubblico e universalistico. Ciò sarà possibile, conclude Tomirotti, “implementando le Reti Oncologiche Regionali secondo linee di indirizzo comuni, sviluppando una regia efficace tra gli organismi di governance (Ministero, Authorities, Regioni), rivedendo le modalità di finanziamento e di accesso alle risorse con razionalità, onestà e con l’esclusivo obiettivo di garantire non tutto a tutti bensì tutto quanto è davvero utile ai cittadini e ai pazienti che davvero se ne possono giovare”.
10 Marzo 2017
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