Cosa dice la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta
“L’obbiettivo della relazione – si legge nelle conclusioni del documento – è stato quello di abbracciare in una visione di insieme, seppure in maniera non esaustiva, il complesso quadro relativo alle conoscenze attuali sull’inquinamento da PFAS, con particolare riferimento all’inquinamento di corpi idrici per uso irriguo e per approvvigionamento di acqua potabile, focalizzandosi sul caso del rilevamento di inquinamento da PFAS nella regione Veneto”.
“Si è cercato di compendiare in poche pagine, integrando lavori selezionati dalla letteratura scientifica e parte dei documenti acquisiti dalla Commissione, lo stato attuale delle conoscenze tecnico scientifiche sulle fonti e la diffusione di questi inquinanti e sui loro effetti tossicologici”.
“Il quadro generale che emerge dalla analisi della letteratura scientifica e dei documenti ed audizioni acquisiti dalla Commissione – si legge ancora nelle conclusioni della Commissione parlamentare – è caratterizzato da un alto grado di frammentarietà, ed in alcuni casi di contraddittorietà, delle conoscenze sugli effetti tossicologici di queste sostanze”.
“Ciò riguarda non solo le correlazioni causa-effetto tra l’esposizione all’inquinante (nella fattispecie, l’esposizione all’inquinante attraverso l’acqua potabile) e l’insorgenza di patologie, ma anche i termini quantitativi attraverso cui questa esposizione debba essere valutata”.
“I dati sino ad ora in nostro possesso – scrivono ancora i parlamentari – evidenziano dei possibili nessi di causalità tra l’esposizione a PFAS e vari tipi di patologie, come discusso in dettaglio nel paragrafo precedente, tra cui principalmente alcuni tipi di tumore, disordini del sistema endocrino, problemi cardiovascolari e disturbi della fertilità”.
“I dati in letteratura non sono concordi né nell’elenco di queste patologie, né nei limiti quantitativi di esposizione con i quali l’insorgenza di queste patologie sarebbe correlata. In molti casi gli studi epidemiologici – osserva la Commissione d’inchiesta – si concludono affermando che, sebbene vi siano sospette correlazioni, non si possono trarre conclusioni causa-effetto certe, e vi sono numerosi esempi in cui gli studi si contraddicono tra di loro, giungendo a conclusioni opposte”.
“Complessivamente, tuttavia, le ricerche e le indagini tossicologiche forniscono indicazioni sufficienti a suggerire la necessità di adottare misure di massima precauzione – sottolineano i parlamentari – consistenti nel ridurre o annullare l’esposizione dei cittadini a questi inquinanti, anche in considerazione della loro spiccata tendenza ad accumularsi nell’ambiente e nell’organismo e dei lunghissimi tempi necessari per l’espulsione delle sostanze dall’organismo stesso una volta accumulate”.
“I limiti di presenza di PFAS nelle acque sono stati definiti dalla normativa solo per alcuni di questi inquinanti, mentre per altri sono suggeriti dei parametri di qualità ambientali, calcolati sulla base delle attuali conoscenze”, osservano ancora i parlamentari della Commisione.
E, “sebbene non sia noto, a causa della frammentarietà dei dati, se questi limiti siano efficaci, sottostimati o sovrastimati, essi rappresentano al momento un importante parametro quantitativo a cui far riferimento per l’adizione di quelle misure precauzionali che le informazioni oggi in nostro possesso ci impongono di adottare”.
“Va sottolineato che la persistenza ambientale e la tendenza ad accumularsi nell’organismo per esposizioni prolungate, in combinazione con la sospetta associazione con l’insorgenza di alcune patologie – conclude la Relazione – rappresentano i maggiori fattori di preoccupazione riguardo la presenza di queste sostanze nelle acque potabili e negli alimenti, anche in basse concentrazioni”.
09 Febbraio 2017
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