E intanto si pensa ai fondi Ue per convertire al biologico le filiere agroalimentari. La proposta del progetto EcoFoodFertility
Fari puntati su vecchie strategie di cura della terra, note ai nostri nonni ma ormai residuali, che sopravvivono solo grazie alla memoria e all’impegno di vecchi contadini in pochissime aree della Campania, concentrate soprattutto nel Cilento, in costiera amalfitana e nell’avellinese. Sapienze antiche che ai diserbanti preferiscono l’uso di un po’ di rame efficace nel tenere a bada insetti e infestanti e che alla chimica che gonfia i frutti preferiscono l’uso del letame e l’interramento degli sfalci.
L’assunto di partenza è che nelle aree della Terra dei fuochi l’uso routinario, in agricoltura, di pesticidi e concimi di sintesi comportano un inquinamento multiplo. “Un inquinamento a cui nessuno sfugge in Italia – avverte Giuseppe Altieri, originario di Caivano e docente di agro ecologia all’istituto agrario di Todi – a causa del massiccio utilizzo di queste sostanze nell’agroindustria ma che qui inficia le naturali capacità protettive di frutta e ortaggi.
L’appello del professor Altieri – accolto favorevolmente dalle associazioni di agricoltori (Confagricoltura e Coldiretti in prima fila) giunte alla presentazione del progetto insieme alle reti del biologico regionale dell’iniziativa al Palazzo Baronale di Acerra – è rivolto anche ai sindaci “che in veste di tutori della salute dei cittadini – conclude Altieri – potrebbero vietare l’uso di pesticidi di sintesi nei loro territori dichiarando “biologiche” le aree riconvertite con un marchio di qualità che in breve riporterebbe agli antichi fasti le filiere agroalimentari campane”.
E. M.
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20 Gennaio 2016
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