Intervista al DG Pietro Corsa: “Quant’è più facile investire all’estero. Italia bloccata dalla burocrazia”
Dottor Corsa, siete il primo gruppo in Italia, la prima azienda nei Paesi baltici la seconda in Russia, 17° in Europa e tra le prime 100 multinazionali. Ora questa nuova sfida che parte da Singapore. Possiamo tracciare un primo bilancio?
È ancora presto per tirare le somme. Quello che posso dire è che siamo sicuramente soddisfatti dell’acquisizione di Invida: ci ha aperto le porte verso un mondo importante su cui dovremmo fare i conti per il futuro. È l’area con il più alto tasso di crescita nel mercato farmaceutico. Non è un mercato facile perché sono tanti Paesi, ognuno con caratteristiche e politiche differenti e con vari settori di business.
Parliamo di obiettivi. Sul piatto c’è la triplicazione del fatturato i cinque anni.
Il piano è ottenere per il 2017 un fatturato di 700 milioni di dollari. Un piano di azione che speriamo sia sottostimato. Molto, infatti, dipenderà dalla velocità con la quale riusciremo a registrare molti dei prodotti che abbiamo intenzione di immettere sul mercato, abbiamo previsto più di 50 lanci dei prodotti Menarini. Ci stiamo organizzando per poter affrontare le difficoltà operative che inevitabilmente esistono in queste differenti realtà. Per questo a Singapore ci siamo affidati al management di Indiva. Uno staff di grande esperienza che ha creduto nel nostro brand. Non è un caso si sia scelto, anzi abbiamo scelto, di trasformare il nome di Invida in Menarini Asia-Pacific Il senso di appartenenza è fondamentale è garanzia di eticità. La partnership è fondamentale in particolare in questi Paesi, così come è essenziale la lealtà verso il partner che ci ha dato il prodotto. La credibilità è tutto.
Pensate a nuove acquisizioni?
La nostra è sempre stata una politica dei piccoli, medi passi. Non è nel Dna della nostra azienda fare il passo più lungo della gamba. Non abbiamo fretta di diventare giganti. Inoltre il successo di Menarini è sempre stato quello di procedere con risorse proprie. La grandissima acquisizione quindi non la faremo mai.
I farmaci in distribuzione arrivano dall’Europa, avete pensate per il futuro di incrementare la produzione in Asia?
Attualmente abbiamo un piccolo impianto in Indonesia. A Singapore ci sono sicuramente impianti importanti che offrono garanzie di sicurezza. Stiamo valutando se ci sono opportunità da seguire, ma per il momento riamaniamo alla finestra.
È quindi più facile investire all’estero che in Italia?
Sicuramente sì, non solo perché la capacità di spesa in questi paesi sta crescendo di pari passo con il miglioramento delle condizioni economiche, ma anche perché in Italia siamo rallentati dall’estrema burocratizzazione nella registrazione dei prodotti. Oltre a riuscire ad avere prezzi giusti a condizioni giuste tali da consentire ad un’azienda di poter diventare competitiva sul mercato. Non parlo di prezzi di favore. Pensiamo ai tetti di spesa, assolutamente ridicoli che sono stati imposti e che ci penalizzano. Ma anche le campagne sul generico sicuramente non ci aiutano. Parlare di innovazione diventa difficile. Non vogliamo avere privilegi, ma neanche essere danneggiati.
Per il futuro?
Stiamo guardando al Sud America e all’Africa. Ma sono allo studio solo espansioni di ordine commerciale e produttive, non finanziarie.
05 Ottobre 2013
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