Intervista al presidente della Sip, Alberto Ugazio: “Non toccate la pediatria italiana”
Qual è la situazione della pediatria oggi in Italia? “Da sessant’anni a questa parte ormai la pediatria ha carattere universalistico, con unità pediatriche disseminate sul territorio e negli ospedali. Questa è sicuramente una grande conquista della medicina, che però in alcuni momenti sembra quasi essere messa in discussione”, ha spiegato Ugazio. “Il problema, soprattutto in una fase di crisi come quella che stiamo vivendo oggi, è che le disponibilità economiche e finanziare si contraggono e anche per questo il numero dei pediatri comincia a diminuire”.
Ad oggi infatti il nostro sistema sanitario prevede specialisti disseminati sul territorio, ma questo potrebbe cambiare. “Finora il sistema sanitario italiano, per quanto riguarda la pediatria, è stato simile a quello spagnolo e statunitense, con medici che si occupano in particolare della salute dei più piccoli”, ha spiegato Ugazio. “Ma da qualche tempo a questa parte sempre più spesso sembra si voglia andare verso il modello inglese, che non prevede pediatri disseminati sul territorio. Ciò è rischioso, il nostro sistema funziona proprio grazie alla preparazione specifica di molti medici in questo campo, che sono formati proprio per curare i bambini”. Tanto che aveva molto preoccupato a gennaio dalla bozza di Riordino delle Cure Primarie del ministero della Salute, che prevedeva che la cura dei più piccoli passasse dai pediatri ai medici di medicina generale già a partire dai 7 anni di età. “Una scelta del genere rappresenta un salto nel buio, i medici di famiglia non si occupano più di bambini da moltissimo tempo”.
E se ci si chiede ad oggi quali sono le nuove sfide che le cure pediatriche, tra le altre sicuramente importante è quella delle malattie croniche. Una questione per cui – di nuovo – la diffusione dei pediatri nelle varie città e nei quartieri assume un ruolo centrale. “Un tempo i medici che si occupavano dei bambini avevano a che fare con le cosiddette ‘malattie semplici’, come le infezioni o la diarrea, di cui fino agli anni Sessanta o Settanta morivano una percentuale sensibile dei bambini che si ammalavano”, ha spiegato ancora il presidente Sip. “Ad oggi il rischio di decesso per questo tipo di patologie si è ridotto, anche le malattie infettive sono uscite dalla classifica delle 5 principali cause di morte nei più piccoli. Ma questo vuol dire che i medici hanno imparato a curare alcune patologie, di cui i bambini non muoiono più, ma che portano a condizioni croniche di cui occuparsi. Come a dire: in molti casi condizioni come cardiopatie, fibrosi cistica, malattie rare, patologie immunologiche o tumore non hanno più esiti fatali – o li hanno molto meno di prima – ma tutte queste hanno delle ripercussioni a lungo termine, come terapie e controlli medici che spesso devono essere condotti per molto tempo, se non addirittura a vita”.
Ed ecco dunque che va ripensato il sistema di cura per i più piccoli. “Non è possibile tenere questi bambini nei reparti ospedalieri per trattare le loro condizioni croniche, poiché il numero di quelli che ne necessitano cresce sempre di più”, ha concluso Ugazio. “La soluzione a questo problema, dunque, è rivedere l’organizzazione dell’intero sistema sanitario, in modo che i medici pediatri che seguono i bambini a casa siano perfettamente in grado di curarli, senza impedimenti di alcun tipo”.
Ed ecco anche perché la Sip sta proprio in questi giorni lavorandoalla bozza del documento “Verso la nuova Rete Pediatrica Integrata”, una proposta di revisione dell’assistenza pediatrica che tutti i pediatri italiani sono chiamati a costruire. Il documento, attualmente all’esame del Direttivo, affronta proprio questo tema di grande rilevanza nel momento in cui viene messa in discussione la stessa sopravvivenza dell’assistenza pediatrica universalistica.
Laura Berardi
09 Maggio 2012
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