L’epatite C in Italia: i dati epidemiologici e le politiche contro la patologia
L’Egitto è il paese al mondo con più alta prevalenza: 9% nelle aree urbane, fino a raggiungere il 50% in alcune aree rurali. In Italia, si stima che il numero di soggetti con infezione da virus dell’Epatite C cronicamente viremici superi il milione e mezzo (3% della popolazione), ma il numero preciso di persone infettate da HCV è difficile da calcolare: esiste un enorme sommerso, derivato dalla latenza clinica del virus, che impedisce una diagnosi in tempo utile, a meno che essa avvenga quasi per caso (donazioni di sangue, interventi chirurgici, screening per la prevenzione delle malattie). Mancano dati certi, ma sembra che il contagio abbia un netto gradiente Nord-Sud, visto che si stima che al Sud, in alcune Regioni, la prevalenza di HCV rasenta il 6-7% dell’intera popolazione. “È un peccato che sussista un così grande sommerso, dato che la diagnosi è facile, grazie ad un banale test sierologico che indica la presenza o meno di anticorpi anti-HCV (quando ci sono gli anticorpi, il più delle volte c’è anche il virus HCV)”, ha spiegato Carlo Federico Perno, docente di Virologia, Direttore della Scuola di Specializzazione in Microbiologia e Virologia, Università Tor Vergata di Roma. “Un semplice screening, in cui, oltre al classico test per il diabete, il colesterolo, e l’anemia, si aggiungesse anche il test HCV, permetterebbe di diagnosticare prima l’infezione, e prevenire al meglio le sue conseguenze. Una sensibilizzazione dei Medici di Medicina Generale potrebbe aiutare a ottenere questo risultato”.
Cosa fare dunque?
Il primo elemento è sicuramente la diagnosi precoce. Dato che si trasmette anche per via sessuale, ma comunque per contagio diretto, conoscere il proprio status aiuta a mettere in atto comportamenti che riducano il rischio di trasmissione.
Un secondo elemento, assolutamente di primaria importanza, è il rispetto di rigorosissime norme d’igiene sanitaria. Gli operatori sanitari e gli esperti di estetica devono mantenere altissimo lo standard di prevenzione attraverso una scrupolosa messa in atto delle regole di sterilizzazione. Il sangue, di contro, è oggi decisamente sicuro, grazie ai controlli ferrei effettuati sulle sacche da trasfondere. Nel passato la maggior parte delle infezioni da virus dell’Epatite C era dovuta al contatto con materiale ematico infetto, di tipo iatrogeno o per uso di droghe endovena; la trasmissione per via sessuale era invece più rara. Attualmente, un controllo più rigoroso del materiale sanitario e il miglioramento delle tecniche di sterilizzazione ha portato a ridurre drasticamente, fino al quasi completo azzeramento, il rischio di trasmissione.
“Tuttavia, il metodo migliore per arginare i danni dell’infezione da virus dell’Epatite C rimane l’informazione”, ha commentato Antonio Gasbarrini, docente di Gastroenterologia, Università Cattolica del S. Cuore e direttore dell’Unità Operativa Complessa di Medicina Interna e Gastroenterologia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli. “Campagne sociali nelle scuole e fra i giovani che istruiscano sull’uso corretto del materiale sanitario e sulle politiche igieniche, nonché iniziative volte a contenere l’uso di droghe, oltre ad un’adeguata preparazione del personale sanitario, sono fondamentali per raggiungere questo obiettivo”.
Inoltre, con la Risoluzione 6318 del 2010 l’OMS ha stabilito che tutti i Paesi membri devono adottare misure volte a contrastare la diffusione e a sconfiggere le Epatiti virali. In Italia il progetto Alleanza contro l’Epatite (ACE) firmato da Fondazione Italiana Ricerca in Epatologia (FIRE), Associazione Italiana Studio Fegato (AISF) e EpaC ha proprio lo scopo di sensibilizzare media e Istituzioni nella lotta alle Epatiti da virus C e B nel nostro Paese.
18 Aprile 2012
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