Ma è improbabile che la capsula possa sostituire l’insulina per via iniettiva
Da anni è attiva una vivace ricerca per trovare vie alternative per la somministrazione dell’insulina, possibilmente evitando l’iniezione sottocutanea. In quest’ottica sono state approntate, con modeste fortune, insuline assimilabili tramite le vie respiratorie o le mucose della bocca o del naso.
Ma la possibilità di poter assumere l’insulina attraverso una pillola rimane la soluzione più allettante. Sono abbastanza numerose le aziende del farmaco che stanno attivamente cercando di mettere a punto capsule di insulina. Compito non semplice, perché l’insulina viene facilmente degradata nell’ambiente acido dello stomaco e la sua assimilazione non è sempre costante. Peraltro, la notizia che la capsula ORMD-0801 ha passato la prima fase di valutazione genera una speranza maggiore che questa strada possa, in effetti, essere percorsa con successo. Va comunque ricordato che la fase 2 è richiesta per dimostrare la sicurezza di un nuovo farmaco in uno studio breve (in questo caso 2 settimane), mentre rimane da dimostrare l’efficacia clinica della capsula di insulina, la possibilità, cioè, di ottenere un buono e stabile controllo della glicemia con basso rischio di indurre ipoglicemia.
Ciò detto, sembra altrimenti improbabile che la capsula possa sostituire l’insulina per via iniettiva. Quest’ultima, può essere, infatti modulata sulla base delle esigenze dell’organismo, mentre la capsula ORMD-0801 nasce, a detta della stessa azienda che la sta sviluppando, come una terapia aggiuntiva nelle fasi precoci del diabete tipo 2, dove l’insulina somministrata per bocca potrebbe andare a integrare quella ancora prodotta dall’organismo.
Ben più problematico l’impiego nel diabete tipo 1 dove la produzione endogena di insulina è praticamente azzerata e dove quindi la terapia sostitutiva deve essere in grado di soddisfare i bisogni dell’organismo nelle varie fasi della giornata.
Per verificare le reali possibilità della capsula dobbiamo quindi attendere i risultati di studi compiuti in un maggior numero di persone con diabete sia di tipo 1 che di tipo 2 e, soprattutto, per un periodo più lungo.
Stefano Del Prato
Presidente della Società Italiana di Diabetologia
03 Febbraio 2014
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