Oncologia. Un gel “al sangue” per riparare le ferite chirurgiche
È solo una delle novità “targate” Policlinico Gemelli presentate in occasione del “XX Figo che “riunisce esperti giunti da ogni parte del mondo per condividere lo stato dell’arte sulle conoscenze scientifiche e tecnologiche relative a tutti gli aspetti della salute della donna e del nascituro”, come affermato da Giovanni Scambia, Direttore del Dipartimento per la Tutela della Salute della Donna, della Vita Nascente, del Bambino e dell’Adolescente del Policlinico A. Gemelli e Presidente del Comitato organizzatore italiano Figo 2012.
Ma veniamo ai dettagli sul gel piastrinico, ad azione cicatrizzante, generato – appunto – direttamente dal sangue della paziente. Si costituisce di piastrine (elementi del sangue principalmente deputati alla rimarginazione delle ferite), e di fattori di crescita, normalmente presenti nel nostro sangue. Questi, contenuti ad alte concentrazioni nel gel, innescano una cascata di eventi che contribuisce, mediante le loro capacità rigenerative, a favorire la riparazione del tessuto.
“Abbiamo applicato sperimentalmente il gel piastrinico nelle ferite inguinali di donne colpite da carcinoma vulvare e sottoposte a chirurgia demolitiva – ha spiegato Simona Fragomeni, specializzanda di Ginecologia ed Ostetricia presso il Policlinico Gemelli -. Queste pazienti risultano, infatti, ad alto rischio di complicanze post-operatorie, sia per la tipologia sia per la sede estremamente delicata dell’intervento chirurgico”.
“Nella nostra esperienza l’applicazione del gel ha migliorato il decorso post-operatorio riducendo i tempi di guarigione e i tassi di complicanze legati alla chirurgia – ha aggiunto Scambia -. L’ipotesi emergente è che il gel, oltre ad agire mediante l’azione di fattori di crescita locali, potenzi la risposta riparativa sistemica, determinando effetti favorevoli ben oltre il solo sito di applicazione”. Il gel non è mai stato usato prima per questo tipo di pazienti. Alcuni studi sono già stati condotti su pazienti con tumori ossei, prevalentemente con l’intento di sfruttarne le sue capacità rigenerative. “Noi siamo i primi ad applicarlo su donne affette da una neoplasia ginecologica – ha concluso Fragomeni – e per tale ragione abbiamo la possibilità di valutarne nel prossimo follow-up gli effetti in termini di sicurezza”.
10 Ottobre 2012
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