Pediatri italiani all’estero? Tinagli (Carlos III): “Altro che problema, è un’opportunità”
Secondo la ricercatrice la risposta è proprio quest’ultima.“Nel dibattito pubblico italiano di questi anni questo aspetto è percepito come un problema, una cosa a cui porre rimedio: io sinceramente non la penso così. Nel sistema economico globalizzato una persona non può pensare di formarsi in maniera tradizionale, statica, vivendo sempre nello stesso posto come accadeva trenta o quarant’anni fa: oggi la capacità di muoversi in contesti geografici, culturali e sociali diversi è fondamentale e quindi non capisco proprio come si possa pensare che sia un male che ci siano persone che vanno all’estero a studiare o lavorare”, ha spiegato Tinagli.
Il termine fuga dei cervelli è negativo, improprio, per la ricercatrice. Il problema infatti non è tanto che i ricercatori seguano una vocazione che li porta all’estero, quanto più come lo facciano. “I giovani dovrebbero andare all’estero con la consapevolezza di aver fatto una scelta che li valorizza personalmente e anche socialmente, perché c’è sempre la possibilità di tornare. Dove c’è questa consapevolezza le persone che se ne vanno lo fanno con serenità”, ha continuato. “Quello che invece si nota con gli italiani è che spesso manca questo approccio, ed è lì secondo me che nasce l’idea della ‘fuga’: non ci si sente accettati e
riconosciuti nella propria scelta dal Paese, per cui non solo si parte sapendo già che
questa scelta non sarà percepita come un valore quando si tornerà, ma peggio ancora
si va all’estero con la sensazione di stare lasciando qualcosa che non tornerà. Nel nostro sistema chiuso purtroppo chi se ne va lo fa con amarezza, mentre chi vorrebbe venire ha la
percezione – a volte anche esagerando – che l’Italia sia impenetrabile”.
Un problema che secondo Tinagli riguarda non solo i ricercatorio gli universitari, ma anche i più piccoli. “Spesso non ci si rende conto che invece molti fenomeni tipicamente italiani come la chiusura culturale, il nepotismo, la difficoltà ad accettare con entusiasmo percorsi formativi e professionali più variegati e moderni affondano le loro radici nella scuola o addirittura in età prescolare”, ha commentato. “Io credo che la scelta di studiare o lavorare all’estero non solo non vada ostacolata, come dicevo prima, ma vada addirittura incentivata, anche perché oggi c’è la sensazione giustificata che si tratti di un fenomeno caratterizzato anche socialmente, elitario, cioè riservato a classi agiate. Tanti ragazzi trarrebbero grandi vantaggi da un’esperienza all’estero ma non hanno l’opportunità di farla: un ricercatore che va a lavorare all’estero spesso viene dalle migliori università, ha imparato l’inglese in età molto precoce, e così via. Ed ecco perché la scuola ha un ruolo essenziale in tutto questo: è lei che crea la futura forza lavoro, i futuri cittadini. E dovrebbe farlo educando alla diversità, all’apertura, alla diversificazione delle competenze – non solo nozionistiche ma relazionali – tutti i bambini di tutte le fasce sociali”.
La sfida è grande per il nostro sistema scolastico, ma secondo la ricercatrice va affrontata con coraggio. “Quando si parla della scuola italiana si sente sempre parlare di numero degli alunni per classe, di carenza di edifici scolastici e strutture: si fanno cioè più spesso discorsi quantitativi più che qualitativi. Non si sente parlare abbastanza di modelli educativi, di cambiamento dei criteri di selezione degli educatori: eppure proprio da qui parte il percorso che determina il tasso di innovazione di un Paese, la sua crescita economica, la capacità di proiettarsi nel futuro”. E l’apertura ai modelli esteri, forse, potrebbe essere proprio la soluzione.
09 Maggio 2012
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