Silvestro (Ipasvi): “Basta tagli, si aggrediscano duplicazione e sprechi: ecco quali”
Assistenza territoriale in crisi
La carenza non si sente solo a livello ospedaliero. Anche l’assistenza residenziale, nuova frontiera delle cure anche secondo tutti i più recenti provvedimenti, fa acqua secondo i cittadini che segnalano nel Rapporto 2014 problemi proprio sulla base del contatto, delle indicazioni e dei servizi erogati attraverso infermieri e medici. Il peso maggiore delle critiche e delle segnalazioni sul totale dei contatti di assistenza residenziale è riservato alla scarsa assistenza medico/infermieristica: 36,4% nel 2013, valore in nettissimo aumento rispetto al 21,7% del 2012. Il dato evidenza un chiaro picco di segnalazioni, con i cittadini che denunciano la progressiva riduzione del personale presente in struttura, e i disagi che ne conseguono proprio in termini della qualità di assistenza erogata: sono emblematiche le situazioni in cui i pazienti non possono disporre di assistenza appropriata, perché vi sono pochi infermieri o medici in reparto. Oltre all’aumento del rischio di non appropriata presa in carico per il paziente, è opportuno notare come aumenti anche la pressione su infermieri e medici, per l’elevato carico di lavoro, quando queste figure hanno la responsabilità di molti pazienti ma poco personale a disposizione. E come conseguenze si hanno anche liste di attesa sempre più lunghe. Sempre sul territorio, denuncia dei cittadini nel Rapporto Pit salute 2014 anche per le poche ore di assistenza domiciliare erogate, sempre per colpa della scarsezza di personale: il valore relativo è pari a 9,3% nel 2013,ma era 5,7% nel 2012.
L’equazione: meno personale = più malpractice percepita
A peggiorare poi, sempre per le stesse ragioni, sono i servizi di salute mentale e in generale il livello di percezione di malpractice aumenta al momento della presa in carico nelle strutture dei pazienti, senza un numero sufficiente di infermieri e medici che si occupano di questo evento. Stessa musica a livello di interventi di cura: i ranghi ridotti e l’impossibilità di controlli adeguati aumentano perfino le infezioni ospedaliere (quelle delle ferite passano dal 42,9% del 2012 al 50% del 2013).
Fino al “rifiuto del ricovero” : se la riduzione dei posti letto è la prima causa, a seguire c’è la chiusura dei reparti, ma anche la riduzione del personale “medico-infermieristico”.
Silvestro: “Basta tagli, si aggrediscano duplicazioni e sprechi: ecco quali”
“E’ una conferma di una situazione drammatica che denunciamo da tempo – commenta Annalisa Silvestro, presidente della Federazione dei Collegi Ipasvi e senatore in commissione Igiene e Sanità a Palazzo Madama –. Una situazione non recepita dal Governo, che ipotizza ulteriori tagli lineari o “semilineari” come ora va di moda definirli, senza un vero controllo su come si spende e si amministrano i servizi. E soprattutto dalle Regioni che fanno del personale un vero e proprio bancomat: si aggrediscano le duplicazioni esistenti di centri decisionali, di funzioni e strutture che non danno risposte ai veri bisogni dei cittadini e che assorbono risorse impropriamente e penalizzano l'equità di accesso alle cure. Queste, oltre agli altri sprechi, sono le cose su cui le Regioni devono coraggiosamente intervenire per ottenere veri e duraturi risparmi”, afferma Silvestro.
Silvestro aggiunge: “E’ interesse degli operatori, ma anche dei cittadini che questa situazione cambi: come Federazione siamo pronti a un’alleanza forte con Cittadinanzattiva che ne è testimone diretta perché professionisti della salute e assistiti possano fare fronte comune per stroncare disservizi e iniquità”.
La Federazione denuncia Il vero effetto spendig sull’occupazione
E la Federazione fa il punto sulla reale situazione occupazionale degli infermieri, legata a doppio nodo ai tagli: “Non è corretto generalizzare sul calo di occupazione degli ultimi anni spesso denunciato secondo medie che non mettono in evidenza le cause della situazione”, spiega Silvestro. Secondo l’analisi della Conferenza dei corsi di laurea delle professioni sanitarie forniti in anteprima dalla Federazione e basati sull’analisi del 100% della risposta occupazionale, è vero che c’è stato un calo occupazionale a un anno dalla laurea passando dal 94% del 2007 al 63% del 2012, con -31 punti percentuali, ma è anche vero che, anche se in calo, a esempio nelle Regioni del Nord il tasso occupazionale sembra “tenere” ancora, sia pure nel generale contesto di peggioramento nazionale. E si stabilizza sulla media dell’80% di occupazione a un anno dalla laurea con il Piemonte che passa dal 98% del 2007 al 76% del 2012, la Lombardia da 97% a 88%, il Veneto da 98% a 85%, il Friuli Venezia Giulia da 97 a 83%, la Liguria da 97% a 81%. La situazione (e quindi l’allarme) è grave invece al Sud e soprattutto nelle Regioni che hanno subito, appunto, i maxi-tagli dei piani di rientro: la Sardegna (“uscita” da poco dal piano di rientro) passa dal 95% al 69%, il Lazio dal 93% al 62%, l’Abruzzo dall’89% al 46%, il Molise dall’82% del 2009 al 46%, la Puglia dal 93% del 2007 al 52%, la Campania dall’86% al 47%, la Calabria dall’’80% al 36%, la Sicilia dall’86% al 53 per cento.
“E’ chiaro l’effetto spending review sul personale e sui servizi, come denuncia anche Cittadinanzattiva? Un dimezzamento degli uni non può che portare al crollo degli altri. E’ questo il vero allarme occupazione, anche per i cittadini”, conclude Silvestro.
30 Settembre 2014
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