Tartaglia (SISQT): “Ecco le norme per prevenire il rischio clinico”
“Preservare l’ultrasicurezza in un sistema che deve essere ad alta affidabilità, come quello dei trapianti, prevede un nuovo approccio culturale alla sicurezza stessa”, ha spiegato. “Questo significa, innanzitutto, che l’intera filiera degli operatori sanitari impegnati in questa specifica area terapeutica (dai chirurghi agli infermieri) devono abituarsi a sviluppare una sensibilità specifica che li renda prima di tutto consapevoli dei rischi a cui sono esposti nello svolgimento del loro lavoro quotidiano”.
Ma non solo. Il secondo step riguarda infatti lo sviluppo della resiliance, ovvero la capacità del singolo di pensare a come prevenire il rischio a cui può essere esposto, accrescendo le proprie potenzialità di reazione agli eventi avversi. “Altro elemento fondamentale è infatti evitare la semplificazione, ovvero non adottare un atteggiamento superficiale di analisi dei rischi e degli eventi avversi, ma stimolare, invece, un’analisi approfondita dell’accaduto anche attraverso un’interazione tra persone con ruoli e competenze diverse”, ha detto Tartaglia. “Inoltre, aumentare la preoccupazione rispetto al fallimento può essere un atteggiamento che permette di essere costantemente vigili in un ambiente che è chiaramente caratterizzato da situazioni stressanti. Tutto questo senza dimenticare l’expertise degli operatori sanitari stessi che è strettamente collegata alla loro competenza tecnica e che deve essere continuamente coltivata”. Un orientamento, che si potrebbe definire quasi psicologico, poiché predispone l’operatore sanitario ad affrontare gli ostacoli avendo maggiore coscienza dell’errore e stimolando un’autoanalisi che permetta di apprendere anche dai mancati incidenti.
In questo modo, dicono gli esperti, si potrebbero evitare alcuni eventi avversi.Recentemente una ricerca ha infatti fotografato il quadro dei rischi nel sistema sanitario nazionale, registrando che siamo migliori in questo campo rispetto alla media europea. Tuttavia, in Italia sono di più gli eventi che sarebbe possibile prevedere. “Il tasso di eventi avversi in Italia si attesta sul 5,17%, quindi mediamente più basso di quello calcolato in altri studi analoghi a livello internazionale che è pari al 9,2%. Risulta, invece, più alta la prevedibilità degli eventi stessi che si aggira sul 56,7% contro il 43,5% registrato all’estero”, ha spiegato il vice presidente SISQT. “Lo studio si è basato sull’analisi delle cartelle cliniche di un campione rappresentativo di 7.573 ricoverati in 5 importanti ospedali italiani: il Niguarda di Milano, il San Filippo Neri di Roma, il Policlinico di Bari, l’AOU di Pisa e il Careggi di Firenze. In esso, i ricercatori hanno puntato l’attenzione sull’analisi della qualità della prestazione, identificando l’evento avverso come “incidente inatteso” (attribuibile cioè alla gestione sanitaria e non alla patologia di base del paziente), che ha provocato lesioni, disabilità, prolungamento del ricovero o, nei casi più gravi, il decesso”.
Dunque il sistema italiano andrebbe ancora migliorato, ha spiegato Tartaglia: “Il fatto che questi eventi siano risultati prevedibili in oltre la metà dei casi fa riflettere sulla necessità che l’Italia tenga maggiormente in conto le raccomandazioni formulate dall’Oms e dalla Commissione della Comunità Europea sulla necessità di valorizzare i sistemi di incident reporting, incoraggiando il personale sanitario a riferire attivamente, assicurando condizioni aperte ed eque riguardo alla fornitura di informazioni”. Il che, in parole povere, vuol dire investire di più nella prevenzione del rischio e nella sicurezza del paziente. “Questo non solo produrrebbe più salute, ma anche un risparmio da un punto di vista economico per il SSN. Basti pensare, per esempio, che le sole infezioni ospedaliere possono far variare i costi di ospedalizzazione da 4.000 fino a 28.000 euro per paziente a seconda che sia ricoverato in un dipartimento di medicina o in terapia intensiva, dove si verificano i maggiori contagi”.
11 Maggio 2012
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