Un documento deludente di cui non si sentiva l’esigenza
Pur con tutto il rispetto per il lavoro svolto dagli autorevoli membri del Comitato Nazionale per la Bioetica, occorre dire che questo è un documento deludente, metodologicamente incomprensibile: ognuno potrà trovarci la posizione che più gli aggrada e si assisterà alla solita descrizione e semplificazione della contrapposizione tra firmatari “cattolici” (ignorando, con poco rispetto, la firma del prof. Di Segni) i contrari, e “laici”, i favorevoli.
In realtà, su questo argomento, l’alternativa è chiara, ed è fuorviante leggerla con categorie religiose e secondo il solito schema laici e cattolici: nell’essere a favore o contrari al suicidio assistito, sia sul piano etico, sia su quello giuridico, la differenza è data dal diverso peso che si vuole attribuire al valore morale e costituzionale della tutela della vita umana e al valore morale e costituzionale della tutela dell’autonomia personale.
Questo è il nodo, che di fatto risponde all’alternativa tra un modello politico-culturale di stampo solidaristico e comunitario e un modello politico-culturale di stampo liberistico e individualistico.
Ritengo che esistano buone ragioni etiche e giuridiche per negare che esista un diritto al suicidio assistito, sia perché non esiste alcun diritto alla morte, sia perché il diritto costituzionalmente rilevante della tutela della vita, in particolar modo nelle condizioni di estrema fragilità clinica, psicologica, sociale e economica prevale sul diritto ad esercitare la propria autonomia quando questa si rivolge contro se stessa nell’atto della richiesta del suicidio.
Alla Corte Costituzionale, lungo questa linea, si può rispondere, seguendo la logica costituzionale dell’art. 508, che condanna l’istigazione al suicidio, introducendo una pena differente per l’aiuto al suicidio, perché è evidente che si tratta di due situazioni differenti: ma in entrambi i casi, ciò che risulta importante, è mettere in evidenza che lo Stato non abbandona i propri cittadini alla morte, specialmente in quelle condizioni di estrema vulnerabilità a cui li può sottoporre la malattia. E del resto, va notato, l’unico punto di convergenza dei membri del CNB riguarda proprio il richiamo alle cure palliative e il monito al non abbandono delle persone malate. Se i membri del CNB fossero partiti da queste conclusioni condivise e le avessero rese operative nelle loro discussioni, forse il risultato sarebbe stato differente e meno disarticolato.
Comunque, se si vuole seguire l’indicazione del CNB occorre tenere aperta la discussione perché è in gioco il concreto futuro dell’assistenza delle persone malate e il modello di società in cui vogliamo investire.
Adriano Pessina
Bioeticista dell’Università Cattolica
30 Luglio 2019
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