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Vittime di violenza. Simla: “Servono medici legali in tutti i pronto soccorso”


Senza specialisti esami incompleti sulle lesioni e rischio di non rilevare l’aggressione. Al PS del Policlinico di Milano su 991 cartelle di “vittime di violenze altrui” solo nel 2,8% erano presenti fotografie e nel 4,1% descrizione esaustiva. Per la Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni e delle Scienze Forensi e Criminalistiche: “Lo specialista garantisce la raccolta di elementi di prova come tamponi salivari, prelievi di DNA e tracce utili all’identificazione dell’aggressore”

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Nel 2021, secondo gli ultimi dati Istat, sono state 11.771 le donne che hanno effettuato un accesso in PS con indicazione di violenza, un dato in crescita dal 2017. Casi che, assieme alle violenze e ai maltrattamenti su minori, rischiano di restare solo dei numeri senza che venga attivato un sistema in grado di proteggere le vittime e prevenire gli episodi per l’assenza di figure professionali, come i medici legali, che sono deputate a intercettare, approfondire e segnalare gli episodi di violenza.

Dalla Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni e delle Scienze Forensi e Criminalistiche (Simla) arriva quindi l’invito a garantire medici legali in tutti i pronto soccorso.

“In effetti, sebbene esistano centri di eccellenza e centri di riferimento per questioni come l’abuso sui minori o gli abusi sessuali, sul resto del territorio è chiaramente percepibile l’impreparazione del personale sanitario specie nella documentazione e nell’interpretazione di un quadro traumatico potenzialmente inferto da terzi” si legge in un documento redatto da una Commissione Simla (composta dalla prof.ssa Cristina Cattaneo, prof. Carlo Campobasso e dottori Mirella Gherardi, Franco Marozzi, vicepresidente e responsabile della comunicazione Simla, e Lucio Di Mauro, segretario nazionale della Società Scientifica) incaricata di evidenziare il ruolo della medicina legale sul vivente, intesa come clinical forensic medicine, per quanto concerne il contrasto e la prevenzione della violenza e dei suoi esiti.

Per gli autori del documento le modalità di prevenzione della violenza interpersonale - che anche se non fatale determina delle pesanti conseguenze fisiche, psicologiche e sociali a lungo termine - si basano sulle possibilità di analisi dei fattori di rischio e quindi sull’azione per disinnescarli attraverso metodologie di promozione di corretti stili di vita. Per avere dei dati solidi su cui operare è necessario che gli operatori sanitari deputati all’accoglienza e alla cura delle vittime siano nelle condizioni di avere quelle competenze e di conoscere quelle procedure che gli consentano di mettere a punto una corretta documentazione, raccolta e conservazione delle tracce forensi, nonché la diagnostica differenziale tra lesione accidentale e non accidentale.

Un patrimonio di conoscenze necessario per poter procedere sia sul fronte della salute pubblica, cioè proteggere la salute e la vita, sia sul fronte del servizio fornito alla giustizia. Bisogna ricordare, spiegano gli autori dello studio, che “il ruolo di un medico, chirurgo o infermiere, di fronte a traumi o qualsiasi tipo di lesione traumatica (fisica o psichica), da un livido all’avvelenamento al disturbo post-traumatico da stress, è anche quello di verificare se tale lesione possa essere stata intenzionale o meno e in questo senso la diagnostica medico legale è fondata sulla corretta interpretazione specialistica (spesso di natura collegiale) dell’esito di un esame obiettivo, di un esame radiografico, di una TAC o RMN, da correlare con il resoconto anamnestico e con i tempi riferiti di produzione del trauma”.

A questo proposito, avvertono i medici legali, il rischio è che “se non si ipotizza la possibile violenza e non si sospetta il maltrattamento, non verranno prese misure per proteggere la salute e la vita del bambino o della vittima in generale”.

E spesso queste competenze o queste attenzioni non ci sono e lo dicono i dati. Un esempio della necessità di potenziare un fronte attualmente critico negli ospedali italiani e internazionali - considerando sempre le eccellenze che pure sono presenti - è puntualmente riportato in uno studio dedicato all’analisi di 991 cartelle di tutti i pazienti classificati dagli operatori sanitari come “vittime di violenze altrui”, ovvero perpetrate da terzi, presso il Pronto Soccorso del Policlinico di Milano.

Per ciascuna cartella clinica sono stati analizzati 53 parametri comprensivi di dati epidemiologici, relativi alle caratteristiche dell’incidente, al modus operandi clinico, soprattutto con riferimento alla diagnosi di tipo, modalità e cronologia del trauma. “A fronte di questo esame - si legge nel documento -, una descrizione esaustiva della malattia (sede, dimensioni, natura, etc.) è risultata presente solo nel 4,1% dei casi. In nessun caso sono state effettuate analisi per datare le lesioni. Nel 99,3% dei casi non sono stati conservati indumenti appartenenti alla vittima o all’aggressore e solo nel 2,8% dei casi sono state scattate fotografie delle ferite”.

La soluzione proposta dalla Società Scientifica è il modello francese che presuppone una riforma della medicina legale sul territorio nazionale. In Francia, spiegano gli specialisti della Simla, i Ministeri di Grazia e Giustizia, della Salute e dell’Università “stabiliscono, in base al bacino di utenza delle diverse città, il numero di medici legali ospedalieri, universitari e misti, per i quali è previsto



26 luglio 2023
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