Obesità e salute mentale. Psichiatri: “La ‘fame emotiva’ primo campanello d’allarme”  

Obesità e salute mentale. Psichiatri: “La ‘fame emotiva’ primo campanello d’allarme”  

Obesità e salute mentale. Psichiatri: “La ‘fame emotiva’ primo campanello d’allarme”  
La Sip sottolinea come il problema dell’obesità sia due volte più frequente nei pazienti psichiatrici rispetto alla popolazione generale: “Non a causa delle terapie, ma perché la maggior parte dei disturbi mentali si manifestano con alterazioni neurovegetative a carico dell'appetito. Dell’Osso (SIP): “Fondamentale focus su infanzia e adolescenza”. Secondo alcune ricerche ltre il 60% dei bambini tra i 5 e i 13 anni mangia in risposta a stati d’animo.

“Il problema dell’obesità è due volte più frequente nei pazienti psichiatrici rispetto alla popolazione generale. Non a causa delle terapie, pregiudizio tuttora presente che deve essere superato, ma perché la maggior parte dei disturbi mentali si manifestano con alterazioni neurovegetative a carico dell’appetito, nel senso della riduzione ma anche dell’aumento”. A puntare i riflettori su questo aspetto sono, in una nota, gli specialisti della Società Italiana di Psichiatria (Sip), in occasione della Giornata Mondiale dell’Obesità, che si celebra ogni anno il 4 marzo.

“Oltre la metà dei casi – spiegano gli esperti della Sip – sono preceduti da manifestazioni subcliniche quali un uso del cibo come ‘automedicazione’ per affrontare il disagio psichico, che finisce con l’aumentarlo, suscitando sentimenti di colpa intensi, porta di accesso per la depressione. Il meccanismo di mantenimento di tale comportamento prevede, come nelle dipendenze da sostanze, che il cibo possa esercitare un effetto di attivazione sui circuiti della ricompensa”.

“Il legame tra obesità e disturbi psichiatrici è un tema di crescente rilevanza scientifica – argomenta Liliana Dell’Osso, presidente della Sip –. Tale associazione viene spesso attribuita alla terapia psicofarmacologica, ancora oggetto di pregiudizi che dovrebbero essere definitivamente accantonati. Se, infatti, alcuni psicofarmaci possono favorire l’aumento di appetito, le moderne terapie psicofarmacologiche mirano a limitare questo effetto, che viene ulteriormente contenuto da alimentazione e stile di vita corretti. È da sottolineare invece come molti disturbi mentali si associno ad alterazioni dell’appetito, nel senso della riduzione ma anche dell’aumento”, talora precedute da manifestazioni subcliniche precoci, come comportamenti di emotional eating ovvero modalità di uso del cibo come mezzo per affrontare emozioni negative.

Altre volte anche emozioni positive, come gioia o eccitazione. “La prevalenza (USA) si attesta intorno al 38% degli adulti, con il 49% che vi ricorre settimanalmente – evidenzia Dell’Osso –. I cibi più spesso implicati sono quelli ad alto contenuto energetico, poveri di nutrienti e gustosi, che forniscono maggiore gratificazione. Il meccanismo di mantenimento di tale comportamento di “automedicazione” prevede, infatti, che, come nelle dipendenze da sostanze, il cibo possa esercitare un effetto di attivazione sui circuiti della ricompensa, in tal modo alleviando l’umore negativo. Si tratta di una modalità maladattativa messa in atto di fronte a forti stimoli emotivi, allo scopo di minimizzare, regolare e prevenire il disagio emotivo, mentre finisce con l’aumentarlo, suscitando sentimenti di colpa intensi. Si può riscontrare in presenza di diversi tipi di disturbi psichiatrici, quali disturbi d’ansia, dell’umore, nonché di disturbi alimentari veri e propri, dei quali può essere un precursore”.

Descritta anche un’associazione con consumo eccessivo di alcol. “In alcuni casi, può associarsi a tratti autistici, in particolare deficit empatici, quali difficoltà nel saper correttamente decifrare le proprie emozioni, oltre che gestirle, identificando nel cibo una possibile soluzione per contrastare stati d’animo negativi – sottolinea la presidente SIP –. Il risultato è quello di un aumento del rischio di sviluppare sovrappeso e obesità, che merita di essere valutata con la dovuta attenzione, possibilmente sin dall’età evolutiva”.

Recenti ricerche, spiega la Sip, riportano che oltre il 60% dei bambini tra i 5 e i 13 anni riferisce di mangiare in risposta a stati d’animo. “Questo fenomeno, se non riconosciuto e gestito precocemente, può portare a conseguenze a lungo termine – continua la prof. Dell’Osso –. L’aumento di peso, le difficoltà nella perdita di peso e il rischio di sviluppare malattie metaboliche sono problemi sempre più diffusi. Ad oggi le malattie metaboliche sono tra i primi killer non solo dei pazienti psichiatrici ma anche della popolazione in generale. Una maggiore consapevolezza sulle modalità adattive o disadattative di consumo del cibo è fondamentale, in particolare per un precoce riconoscimento dei soggetti con condizioni di vulnerabilità alla psicopatologia.”

03 Marzo 2025

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