Fine vita. Fadoi: “Non serve una legge. La scelta sia lasciata al rapporto medico-paziente”

Fine vita. Fadoi: “Non serve una legge. La scelta sia lasciata al rapporto medico-paziente”

Fine vita. Fadoi: “Non serve una legge. La scelta sia lasciata al rapporto medico-paziente”
È questo il monito lanciato dai medici internisti a conclusione del XVII Congresso Nazionale Fadoi svolto a Rimini. Ma servono anche più Hospice non oncologici, per rispondere al continuo aumento dei pazienti con malattie cronico degenerative.

Non occorrono leggi, per affrontare il problema del fine vita, ma scelte concertate tra medico e paziente. Non solo, serve un cambiamento culturale e organizzativo per potenziare il numero degli Hospice non oncologici per i pazienti con malattie cronico degenerative in continuo aumento.
È questo il monito lanciato dai medici internisti a conclusione del XVII Congresso Nazionale Fadoi organizzato dal 5 all’8 maggio 2012 al Pala Congressi della Riviera a Rimini.

“Nella gestione del paziente in fase terminale – ha spiegato Antonino Mazzone, presidente della Fondazione Fadoi e direttore di Dipartimento area medica, ospedale civile di Legnano – entrano in campo molteplici implicazioni, di carattere etico, religioso, culturale, ambientale. Implicazioni legate alla specifica patologia trattata e al vissuto del paziente. La scelta terapeutica migliore non può quindi essere decisa da un giudice, ma deve essere il frutto di una concertazione tra medico, infermieri e familiari. Questo evita incomprensioni e anche problemi di carattere legale e assicurativo. È molto difficile quindi che una legge possa fornire indicazioni precise su come comportarsi in un campo così delicato. Meglio lasciare la responsabilità agli operatori sanitari”.

Una posizione sulla quale concorda il magistrato Giuseppe Battarino: “Da giurista credo che non sia fondamentale la ricerca di nuove regole legislative formalizzate. È invece indispensabile che il medico recuperi la specificità della propria funzione dal punto di vista deontologico con l’idea di ricercare insieme al paziente ciò che è bene. Questo significa utilizzare il consenso informato non come un fatto burocratico, ma come una strategia condivisa di persuasione e comunicazione, inserendosi nelle vicende di fine vita o di malattia terminale. L’obiettivo è costruire la massima solidarietà concreta in una situazione di debolezza e di sofferenza. E la sorpresa è che questo approccio è sancito proprio dalla Corte di Cassazione: davanti ad una vicenda estrema non è il giudice a decidere ma il medico in solidarietà concreta con il paziente e con le sue persone di riferimento, nell’attuazione del suo bene”.

E l’informazione corretta al paziente con gravi patologie è diventata la parola d’ordine dei medici internisti di Fadoi. “L’informazione deve arrivare prima che la situazione si aggravi – ha affermato Carlo Nozzoli, presidente Fadoi – evitando così di far esprimere al paziente un consenso informato nel momento dell’emergenza. Questo significa fornire informazioni corrette, basate non su un modello standard ma su una descrizione puntuale della malattia, sulle possibilità terapeutiche, sulla prognosi e su tutte le opzioni possibili per creare un’alleanza con il paziente. Proprio per questo la Fadoi ha intrapreso corsi di formazione rivolti ai propri iscritti sul ruolo del medico nelle fasi di fine vita”.

Servono più Hospice non oncologici. Per offrire ai malati in fase terminale risposte adeguate e dignitose bisognerebbe anche rivedere alcune scelte organizzative. La stragrande maggioranza degli Hospice attualmente presenti in Italia hanno infatti una connotazione prevalentemente oncologica che rende molto complessa la possibilità di ricovero di pazienti affetti da altre patologie.
“Il numero di pazienti affetti da malattie croniche degenerative in fase terminale – ha sottolineato Antonino Mazzone – è ormai superiore a quello dei malati con patologie neoplastiche. Nel contempo è mutato profondamente il nostro assetto sociale: fino a qualche anno fa i malati erano accuditi in casa dai loro familiari, ma ora questo supporto si è ridotto pesantemente e l’ospedale è diventato inevitabilmente l’unico punto di riferimento. Dobbiamo considerare questi cambiamenti epidemiologici e sociali e fargli corrispondere un cambiamento culturale e organizzativo. Occorrono quindi più Hospice non oncologici per accogliere in maniera appropriata i malati consentendo così ai reparti ospedalieri di concentrare i loro sforzi nella cura degli acuti”.

 

08 Maggio 2012

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