Settimana mondiale allattamento. Da Ibfan Italia “Il Codice Violato 2025”: denunciare marketing sleale e disinteresse politico

Settimana mondiale allattamento. Da Ibfan Italia “Il Codice Violato 2025”: denunciare marketing sleale e disinteresse politico

Settimana mondiale allattamento. Da Ibfan Italia “Il Codice Violato 2025”: denunciare marketing sleale e disinteresse politico
In occasione della Settimana Mondiale dell’Allattamento 2025, Ibfan Italia pubblica “Il Codice Violato 2025”, un dossier che denuncia le violazioni al Codice Oms sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno. Il documento analizza le pressioni del marketing, i conflitti d’interesse nel sistema sanitario e propone soluzioni per tutelare realmente l’allattamento.

Dal 1 al 7 ottobre si celebra la Settimana Mondiale dell’Allattamento (Sam), e come ogni anno, Ibfan Italia sceglie questa occasione per accendere i riflettori su un tema cruciale per la salute pubblica: la protezione dell’allattamento dalle interferenze commerciali. Lo fa con la pubblicazione della nuova edizione de “Il Codice Violato 2025”, un dossier dettagliato e ricchissimo di spunti che racconta lo stato di salute del Codice Oms sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno.

È un lavoro corale, frutto della collaborazione di esperti, attivisti, medici e volontari, che mette insieme denunce, buone pratiche, dati e riflessioni. Il messaggio che attraversa tutto il documento è semplice e potente: senza rispetto del Codice, l’allattamento continuerà a essere ostacolato da interessi economici enormi, con gravi conseguenze per la salute di madri e bambini.

“Il Codice Violato 2025” si apre con un richiamo forte al legame tra allattamento e sostenibilità ambientale. Non si tratta solo di nutrizione o di salute individuale: allattare significa non consumare plastica, non produrre rifiuti, non usare risorse energetiche. Il latte materno è gratuito, locale, rinnovabile. In un momento storico segnato da crisi ambientali e guerre che mettono a rischio l’accesso al cibo, l’allattamento si conferma uno strumento fondamentale di resilienza.

Eppure, nel mondo e anche in Italia, questa pratica viene spesso ostacolata — e non per mancanza di volontà delle madri, ma per assenza di supporto concreto, disinformazione e interferenze commerciali.

Uno dei capitoli più attuali del dossier riguarda il ruolo sempre più pervasivo del marketing digitale. Oggi le aziende non hanno più bisogno di spot televisivi per promuovere biberon e formule artificiali: basta un post sponsorizzato, un tutorial “neutro” su YouTube, un consiglio da parte di un influencer o addirittura di un professionista sanitario con un seguito sui social. L’intelligenza artificiale fa il resto, profilando le madri nei momenti più vulnerabili – spesso subito dopo il parto – per proporre loro “soluzioni” mascherate da consigli utili.

Anche chi si occupa di salute pubblica fatica a tenere il passo. Le regole attuali, in Italia come in molti altri Paesi, non riescono a limitare queste nuove forme di promozione. E intanto i tassi di allattamento esclusivo rimangono bassi, con grandi differenze territoriali e sociali.

Tra i casi più eclatanti riportati c’è quello del Regno Unito: la multinazionale Danone ha avviato un progetto pilota in collaborazione con i supermercati Tesco, finanziando la presenza di ostetriche nei punti vendita per fornire consulenza nutrizionale. Ostetriche pagate dall’azienda, vestite con loghi aziendali, e formate internamente. Una professionista coinvolta si è dimessa, definendo il progetto “non etico” e incompatibile con il proprio ruolo.

Questo esempio mostra chiaramente quanto sottile e insidiosa sia la linea tra informazione e marketing, soprattutto quando si colpisce un pubblico fragile come quello delle neomamme.

Nel nostro Paese, la situazione è ambivalente. Da una parte, esistono strumenti di monitoraggio come la WBTi, che fotografano le politiche nazionali sull’allattamento: l’ultima edizione del 2023 mostra una partecipazione più ampia rispetto al passato, ma anche un peggioramento nella qualità delle politiche. Dall’altra, si moltiplicano progetti come il PAA (Politica Aziendale sull’Allattamento), promosso da alcune società scientifiche ma duramente criticato per l’esclusione del Codice tra i criteri fondamentali.

Il paradosso è evidente: si chiede agli ospedali di adottare politiche “pro-allattamento”, ma senza affrontare il tema centrale del conflitto d’interessi con l’industria. Come se bastasse una carta aziendale per cambiare le pratiche, ignorando l’enorme influenza del marketing.

Non manca neppure un esempio italiano di malgoverno e inadempienze. In Sicilia, il “Bonus Formula” destinato alle mamme impossibilitate ad allattare per motivi clinici non è mai stato attivato, nonostante i fondi fossero già disponibili. Solo grazie all’impegno dell’associazione “L’Arte di Crescere” e di alcune parlamentari regionali si è arrivati alla pubblicazione del decreto attuativo, con un ritardo di anni. Ma resta il dubbio: quante madri potranno davvero beneficiarne? E quante, in silenzio, sono rimaste escluse?

Il rapporto Ibfan non è solo denuncia. C’è anche spazio per storie positive: il movimento internazionale per il Greenfeeding che riconosce l’allattamento come scelta ecologica; il successo di formazioni digitali gratuite per i genitori; il processo Miteni in Veneto e l’impegno delle Mamme No Pfas contro l’inquinamento.

E poi c’è il lavoro quotidiano di tanti operatori sanitari, gruppi di sostegno e associazioni che continuano a promuovere l’allattamento in contesti difficili, spesso senza risorse e senza riconoscimenti.

A chiudere il documento è un messaggio forte e chiaro: il rispetto del Codice Oms non è una gentile raccomandazione, ma una condizione necessaria per politiche pubbliche efficaci a tutela dell’allattamento. Un sistema sanitario libero da conflitti di interesse è l’unico possibile per garantire che la salute venga prima del profitto.

02 Ottobre 2025

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