Appello a Regioni e Ministero per trovare un accordo comune su Medicina Generale

Appello a Regioni e Ministero per trovare un accordo comune su Medicina Generale

Appello a Regioni e Ministero per trovare un accordo comune su Medicina Generale

Gentile Direttore, ho letto con attenzione l’articolo relativo alle recenti posizioni espresse nel dibattito sindacale sulla proposta di riordino dell’assistenza primaria territoriale e ritengo utile riportare il confronto su un piano maggiormente aderente alla realtà organizzativa e ai bisogni concreti del nostro Ssn...

Gentile Direttore,
ho letto con attenzione l’articolo relativo alle recenti posizioni espresse nel dibattito sindacale sulla proposta di riordino dell’assistenza primaria territoriale e ritengo utile riportare il confronto su un piano maggiormente aderente alla realtà organizzativa e ai bisogni concreti del nostro Servizio sanitario nazionale.

Un dato di fatto è che siamo nel pieno di una crisi già in atto da anni. Carenza di medici, crescente disaffezione dei giovani professionisti verso la medicina territoriale, difficoltà di copertura delle aree interne e aumento di fragilità, cronicità e complessità assistenziale rappresentano criticità strutturali precedenti alla proposta oggi in discussione. La riforma nasce proprio dal tentativo di affrontarle.

Sostenere, che la riforma possa aggravare la crisi della Medicina Generale appare, francamente, una lettura parziale, più orientata alla difesa dell’assetto esistente che a una valutazione realmente supportata dal piano organizzativo. Non è chiaro, in particolare, quale sia il vero timore rispetto all’introduzione di un doppio canale convenzionale e dipendente che non rappresenta affatto una minaccia per la Medicina Generale, ma una possibilità già presente, con diverse configurazioni, in numerosi sistemi europei.

La proposta del Ministero e delle Regioni non elimina infatti la convenzione, non cancella il rapporto fiduciario con il cittadino e, soprattutto, in una logica pienamente liberale, non impone alcun obbligo di trasformazione del rapporto di lavoro. Introduce semplicemente una possibilità aggiuntiva, su base volontaria e programmata, coerente con il nuovo assetto territoriale delineato dal DM 77/2022 e con la necessità di rendere realmente operative le Case della Comunità.

Il timore, forse, non riguarda davvero la fine della convenzione, ma la possibilità che molti medici scelgano liberamente la dipendenza, qualora questa risulti più coerente con le proprie aspettative professionali e personali. Una scelta che potrebbe risultare più attrattiva soprattutto per le nuove generazioni e per molte donne medico, perché offre maggiori tutele, maggiore integrazione nel Servizio sanitario nazionale e una prospettiva professionale più stabile e strutturata. È evidente che, se una quota rilevante di professionisti dovesse orientarsi verso questa opzione, non sarebbe la riforma a indebolire la convenzione: verrebbe invece alla luce il limite di attrattività dell’attuale modello convenzionale e, con esso, la fragilità di una rappresentanza sindacale e politica che continua a difendere un assetto sempre meno corrispondente alle aspettative dei medici di oggi e di domani.

Al di là di questo il nodo vero resta organizzativo: senza una presenza medica strutturata, multiprofessionale e continuativa, molte Case della Comunità rischiano di restare contenitori incompleti. Continuare a pensare che l’attuale modello, da solo, sia sufficiente a sostenere il nuovo sistema territoriale significa non cogliere la profondità del cambiamento epidemiologico, demografico e soprattutto culturale in corso.

Anche sul piano formativo, alcune affermazioni emerse nel dibattito appaiono poco convincenti e distorte. È francamente difficile sostenere che una Scuola di Specializzazione universitaria in Medicina Generale, di Comunità e delle Cure Primarie possa rappresentare un arretramento. Al contrario, una formazione specialistica universitaria consentirebbe di rafforzare la qualità scientifica, la ricerca, la didattica e l’integrazione con il Servizio sanitario nazionale, valorizzando finalmente una disciplina clinica complessa e strategica per il futuro del sistema pubblico.

Va inoltre ricordato che l’attuale Scuola di Specializzazione in Medicina di Comunità e delle Cure Primarie, istituita già nel 1996 per la formazione di dirigenti medici nell’ambito della medicina di famiglia e di comunità, e tra i cui ambiti professionali rientra anche la medicina clinica generale, è pienamente coerente con i requisiti europei minimi previsti per la formazione specifica in medicina generale.

Il vero rischio, oggi, non è la riforma ma l’immobilismo.

Continuare a difendere esclusivamente assetti organizzativi costruiti in un contesto storico profondamente diverso rischia di allontanare ulteriormente le nuove generazioni dalla Medicina Generale e di compromettere la piena realizzazione della sanità territoriale prevista dal PNRR e dal DM 77.

La discussione dovrebbe quindi uscire dalla contrapposizione ideologica tra convenzione e dipendenza e concentrarsi invece su quale sia il miglior modello che nei prossimi anni potrà garantire prossimità, continuità assistenziale, integrazione multiprofessionale e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.

Su questo terreno servono confronto, pragmatismo e capacità di innovazione. Non narrazioni difensive fondate sulla paura del cambiamento.

Dott. Fabio Pignatti
Presidente SIMCCP

26 Maggio 2026

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