Aris riapre i tavoli. Ora si parli anche di sistema

Aris riapre i tavoli. Ora si parli anche di sistema

Aris riapre i tavoli. Ora si parli anche di sistema

Gentile Direttore, la notizia del 16 giugno 2026 merita attenzione. Il Consiglio Nazionale dell’ARIS — l’Associazione religiosa istituti socio-sanitari — ha dato avvio simultaneamente a cinque tavoli negoziali per il rinnovo dei contratti collettivi della sanità privata...

Gentile Direttore,
la notizia del 16 giugno 2026 merita attenzione. Il Consiglio Nazionale dell’ARIS — l’Associazione religiosa istituti socio-sanitari — ha dato avvio simultaneamente a cinque tavoli negoziali per il rinnovo dei contratti collettivi della sanità privata, coinvolgendo le organizzazioni sindacali e le delegazioni delle diverse aree professionali. Avvenire, Il Sole 24 Ore e Quotidiano Sanità ne hanno dato notizia nella stessa giornata. È un segnale concreto, dopo anni di stallo, che non va sottovalutato.

Il presidente dell’ARIS, Padre Virginio Bebber, ha parlato di «comune responsabilità» e di un futuro che «possiamo scrivere insieme solo se restiamo uniti». Sono parole che vanno prese sul serio, perché provengono da chi rappresenta una realtà profondamente radicata nella storia della sanità italiana: ospedali classificati, centri di riabilitazione, RSA, strutture per la disabilità e la salute mentale — luoghi dove la cura non è mai stata soltanto una prestazione, ma una vocazione.

Ho trascorso oltre trentacinque anni in questi contesti. So cosa significa lavorare in una struttura religiosa accreditata, con tutto il senso di appartenenza e di missione che questo comporta. E proprio per questo sento il dovere di dire, con rispetto e con chiarezza, che questa apertura rappresenta un’opportunità che non possiamo permetterci di ridurre a una sola dimensione.

Il contratto è necessario. Ma non basta
Il rinnovo contrattuale è urgente e non più rinviabile. I CCNL AIOP RSA e ARIS RSA attendono da circa quattordici anni; quelli della sanità privata per acuti ARIS e AIOP da circa otto anni. In un comparto già duramente colpito dall’inflazione e dall’erosione del potere d’acquisto, il ritardo non è soltanto una questione economica: è una ferita alla dignità professionale di decine di migliaia di lavoratori — infermieri, fisioterapisti, logopedisti, operatori socio-sanitari, educatori, tecnici della riabilitazione — che ogni giorno garantiscono continuità, competenza e umanità nelle cure.

Ma il contratto, da solo, non risolve la crisi strutturale del settore. Lo ha detto con onestà lo stesso Giovanni Costantino, capodelegazione ARIS e responsabile per il rinnovo dei contratti: non si può dimenticare la complessità finanziaria delle strutture private accreditate, che operano in un contesto che non beneficia delle stesse condizioni e risorse del settore pubblico. I DRG — i rimborsi delle prestazioni da parte dello Stato — sono fermi da circa quindici anni. Le rette delle RSA e delle strutture socio-sanitarie sono bloccate, in molte regioni, da un decennio o più. I tetti di spesa regionali comprimono la capacità di risposta ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e fragile.

In questo quadro, chiedere alle strutture di rinnovare i contratti senza che il sistema di finanziamento venga contestualmente adeguato significa scaricare su di esse — e indirettamente sui lavoratori — il peso di un’equazione impossibile.

Un’agenda più ampia, per un settore che cambia
L’apertura dei tavoli da parte di ARIS è dunque l’occasione giusta per allargare lo sguardo. Accanto al rinnovo contrattuale, i tavoli potrebbero diventare la sede in cui affrontare con coraggio alcune questioni strutturali che il settore non può più eludere.

La prima riguarda il sistema tariffario. È necessario avviare un confronto serio con le Regioni e con il Ministero della Salute per l’adeguamento dei DRG, delle rette e delle tariffe delle prestazioni riabilitative ai costi reali di erogazione.

La seconda riguarda l’organizzazione del lavoro. Il settore socio-sanitario e riabilitativo ha bisogno di modelli organizzativi aggiornati, che valorizzino la multiprofessionalità e riconoscano le competenze specifiche di ciascuna figura professionale. Rendere sostenibile il lavoro dei professionisti — sul piano umano prima ancora che economico — richiede la definizione di organici adeguati, calibrati sui reali bisogni dell’utenza. Una popolazione sempre più anziana, caratterizzata da polimorbilità, fragilità clinica e frequente impossibilità di provvedere autonomamente ai propri bisogni fondamentali, non può essere assistita con dotazioni organiche concepite su minutaggi assistenziali standardizzati, elaborati in un contesto demografico e clinico profondamente diverso da quello attuale. L’infermiere, il fisioterapista, il logopedista che operano in una RSA o in un centro di riabilitazione non possono essere trattati come variabili di costo: sono l’infrastruttura clinica e umana del sistema.

La terza riguarda la programmazione assistenziale, e tocca un nodo che chi lavora in questi reparti conosce bene: le schede sinottiche che determinano il minutaggio assistenziale non tengono conto del profilo reale del paziente. Definiscono un tempo per figura professionale in base alla tipologia di setting, senza considerare quanto quel paziente sia effettivamente in grado di fare da solo.

Eppure nello stesso reparto di riabilitazione estensiva ex art. 26 convivono ogni giorno pazienti che non hanno nulla in comune sul piano assistenziale: un anziano con demenza grave o con malattia di Parkinson in fase avanzata, totalmente dipendente nelle cure quotidiane, con disfagia e rischio cadute elevato; un paziente con obesità severa in riabilitazione respiratoria; un paziente con tracheostomia e nutrizione tramite PEG, che richiede competenze e tempi di gestione non comprimibili; un sessantenne con frattura di femore, cognitivamente integro, avviato a un percorso di recupero progressivo. Quattro persone, quattro bisogni assistenziali radicalmente diversi. Un solo minutaggio, uguale per tutti.

Le conseguenze sono concrete. Un paziente totalmente non autosufficiente che va lavato, vestito, mobilizzato, posizionato correttamente per prevenire le lesioni da pressione e assistito durante il pasto richiede, per le sole cure di base, un tempo che supera ampiamente quello previsto dalla scheda. Non per inefficienza del personale: per impossibilità oggettiva. La ricerca internazionale sul rapporto tra tempo infermieristico e sicurezza del paziente dimostra con chiarezza che ridurre il tempo disponibile per ciascun assistito aumenta il rischio di cadute, lesioni da pressione, episodi di inalazione e ritardi nel riconoscimento del peggioramento clinico.

Serve una revisione delle schede sinottiche fondata sul profilo funzionale reale dell’utenza, non su parametri medi che non corrispondono a nessun paziente concreto. I tavoli aperti da ARIS sono l’occasione giusta per portare anche questa proposta a livello istituzionale.

Una responsabilità condivisa
Padre Bebber ha ragione quando dice che il futuro si scrive insieme. Ma scriverlo insieme significa che tutti gli attori — ARIS e le altre organizzazioni datoriali, le organizzazioni sindacali, le Regioni, il Ministero della Salute — siedano al tavolo con la stessa disponibilità al cambiamento. Non basta riaprire le trattative sui contratti se il sistema di finanziamento resta immobile. Non basta adeguare le tariffe se le strutture non investono nella valorizzazione del personale. Non basta mobilitarsi per i diritti dei lavoratori se non si costruisce insieme un modello sostenibile per il futuro del settore.

Chi si prenderà cura, domani, di chi si prende cura di noi oggi? La risposta passa anche da questi tavoli. Che siano, finalmente, all’altezza della domanda.

Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore Infermieristico

18 Giugno 2026

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