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Gli infermieri di area critica tra ripresa e resilienza: si può andare oltre i numeri?

di Silvia Scelsi

21 FEB - Gentile Direttore,
le scrivo a nome del Comitato Direttivo della Società Scientifica Aniarti (Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica) in merito ad una serie di considerazioni sulla pandemia da COVID-19, che in Italia compie due anni. Togliamoci per un attimo la mascherina per soffiare con tutto il fiato sulle candeline, con il desiderio di tornare a quella normalità in cui siamo nati e cresciuti. Ogni contesto, dal lavoro alla scuola, ha subito cambiamenti e ricadute che richiederanno anni per poter essere assorbite in una nuova normalità.

L’adattamento attuato dai servizi sanitari è stato un tema eccessivamente trattato, con un bombardamento quotidiano di grafici e numeri.
Si pensi ai numeri dei posti letto. “Aprire nuovi reparti” ha significato “riallocare” spazi, dispositivi, personale: in pratica, per aprire 30 letti COVID ne sono stati chiusi altrettanti di ortopedia o chirurgia, con inevitabili conseguenze sul sistema salute, come l’allungamento delle liste di attesa chirurgiche, a causa delle chiusure dei blocchi operatori per ricollocare personale.

Questa situazione imprevedibile ha stravolto i normali assetti delle aree critiche, impiegando personale inesperto, con tempi di inserimento minimi e demandando la formazione a percorsi on-work, irrealizzabili in un contesto di massiccio aumento dei ricoveri di pazienti critici. Non dimentichiamo il lavoro degli infermieri delle terapie intensive, nel fornire supporto ai colleghi provenienti da altre aree o ai neoassunti per garantire gli standard di sicurezza richiesti. Incremento dei carichi di lavoro, complessità dei pazienti e diluizione delle competenze hanno rappresentato un elemento di criticità su cui è necessario riflettere.

Il D.L. 34/2020 ha previsto un rafforzamento strutturale della rete ospedaliera del SSN per fronteggiare emergenze come quella in corso, con un aumento di 3.500 letti intensive e 4.225 semi-intensivi. Questa pianificazione del Ministero della Salute porta i 5.179 posti letto intensivi pre-emergenza a 8.679, oltre a 2.112 letti semi-intensivi (predisposti al trattamento intensivo) e 300 in strutture da allestire al bisogno, per un totale teorico di 11.091 (+115% rispetto al 2019).

Eppure dopo due anni di “convivenza” con il COVID-19 dovremmo aver imparato che non è solo una questione di letti e ventilatori [1]. È difficile creare e allestire posti letto ma è ancora più arduo moltiplicare infermieri con le competenze necessarie per assistere le persone che occuperanno quei letti.
 
Quanti infermieri, e con quali competenze, servirebbero per questi spazi raddoppiati e triplicati?
Facendo due conti banali circa 70.900 infermieri specialisti in area critica.

Lavorare in un’area COVID-19 oltre le 4 ore consecutive, oltre a generare un intenso discomfort, può aumentare il rischio di eventi avversi [2].
Molti infermieri sono vittime di ansia, stress e disturbo da stress post-traumatico, per quello che hanno affrontato e che devono elaborare adeguatamente [3]; questo aspetto incide pesantemente sull’intenzione di lasciare la professione. Studi precedenti alla pandemia riportano percentuali di turnover nelle aree critiche del Regno Unito tra il 5 e il 27%, e tra il 15,1 e il 44,3% negli Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Le analisi economiche parlano di Great Resignation ed espongono numeri allarmanti: negli Stati Uniti 1 infermiere su 5 ha abbandonato la professione e il 30% di quelli rimasti sta valutando questa possibilità. Una carenza di oltre un milione di infermieri, destinata a salire [4].

In Italia la carenza di infermieri, paragonata alle medie europee, è tra 237.000 e 350.000 unità [5]. L’incremento dei posti nei corsi di laurea non è la soluzione, e comunque non immediata. L’immissione in aree ad elevata complessità di professionisti al primo impiego non è paragonabile a operatori già esperti che, in un contesto faticoso e complesso e che non valorizza le competenze, preferiscono cambiare setting lavorativo e addirittura abbandonare la professione.

Numerosi studi hanno studiato le cause dell’abbandono del lavoro da parte degli infermieri di area critica [6]; tra tutte, l’aumento del carico di lavoro, lo staffing inadeguato ed esperienze stressanti e traumatiche, aspetti ancora più rilevanti durante la pandemia [7]. L’abbandono del lavoro da parte degli infermieri specializzati si ripercuote su costi, qualità e sicurezza delle cure.

È necessario preservare e valorizzare competenze e potenzialità degli infermieri all’interno delle organizzazioni: il riconoscimento dell’infermiere specialista, previsto dalla Legge 43/2006, e gli incarichi di funzione del CCNL 2016-18 sono rimasti parole.

Capacità di adattamento e spirito di sacrificio non possono più essere usati come giustificazione: non è più possibile fare riferimento alla retorica degli eroi con i segni delle mascherine, né aspergere qualsiasi problema difficile da risolvere con il concetto di “resilienza”.
Gli infermieri sono l’espressione della presa in carico delle persone, dei colleghi, e di qualsiasi carenza si possa verificare all’interno dei sistemi.
Ma chi realmente, oggi, si fa carico degli infermieri?

Dott.ssa Silvia Scelsi
Presidente Aniarti (Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica – www.aniarti.it
)
 

RIFERIMENTI
[1] Imbriaco G, Scelsi S. Itisnot just aboutequipment and beds: Critical care nursing meeting the challenge of the second COVID-19 wave in Italy. NursCrit Care. 2021;26(4):300-302. doi:10.1111/nicc.12580
[2] Bambi S, Iozzo P, Lucchini A. New Issues in Nursing Management During the COVID-19 Pandemic in Italy. Am J Crit Care. 2020;29(4):e92-e93. doi:10.4037/ajcc2020937
[3] Yunitri N, Chu H, Kang XL, et al. Global prevalence and associated risk factors of posttraumatic stress disorder during COVID-19 pandemic: A meta-analysis. Int J NursStud. 2022;126:104136. doi:10.1016/j.ijnurstu.2021.104136
[4] https://www.healthcarefinancenews.com/news/healthcare-second-largest-sector-hit-great-resignation
[5] Quotidiano Sanità, 19 gennaio 2022 https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?approfondimento_id=16734
[6] Assaye AM, Wiechula R, Schultz TJ, Feo R. Impact of nurse staffing on patient and nurse workforceoutcomes in acute care settings in low- and middle-income countries: a systematic review. JBI Evid Synth. 2021;19(4):751-793. doi:10.11124/JBISRIR-D-19-00426
[7] Raso R, Fitzpatrick JJ, Masick K. Nurses' Intent to Leavetheir Position and the ProfessionDuring the COVID-19 Pandemic. J NursAdm. 2021;51(10):488-494. doi:10.1097/NNA.0000000000001052


21 febbraio 2022
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