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Il collasso dei Pronto Soccorso visto da una apologeta del DM 70

di Claudio Maria Maffei

12 MAG -

Gentile Direttore,
due giorni fa in un suo intervento Luciano Fassari ha in maniera efficace rappresentato la situazione degli ospedali italiani in cui si colloca la attuale crisi dei Servizi di Pronto Soccorso. Ha ricordato come si tratti di una crisi ricorrente e fatto capire bene che questa è una crisi diversa dalle altre, una crisi strutturale che non passerà da sola. E ha ricordato alcuni numeri “impietosi” relativi alla perdita di ospedali, posti letto e personale in poco più di 10 anni tra il 2007 e il 2019. Infine, ha ricordato che in questo stesso periodo i servizi territoriali non sono stati potenziati, che  il PNRR che li vorrebbe rafforzare rischia di arrivare tardi e che in termini di finanziamento stanno per tornare tempi di “micragna”, come li ha chiamati efficacemente qui su QS Ivan Cavicchi.

Quando ho letto l’intervento mi è venuta in mente la celebre frase di un calciatore, Ivan Garzya, che si dichiarava pienamente d’accordo a metà col Mister. In realtà, tutto quello che l’intervento dice mi trova d’accordo.  Temo però che passi - indipendentemente dalle intenzioni - un sottotesto del tipo “e quindi per prima cosa riapriamo gli ospedali e riaumentiamo i posti letto rivedendo radicalmente il DM 70”. Di qui la mia citazione calcistica sull’essere d’accordo con l’articolo a metà. La necessità di aumentare la spesa per il personale e il finanziamento corrente del SSN stanno invece nella metà (in realtà molto di più, ma mi saltava la citazione) che condivido pienamente.

Che tiri una brutta aria per il DM 70, che della riduzione di posti letto e ospedali è stato lo strumento dato in mano alle Regioni, lo dimostra la quotidiana lettura di queste pagine. Ieri ad esempio l’ANAAO a proposito dei Pronti Soccorso affermava che “La trasformazione dei PS da strutture deputate all’emergenza e all’urgenza in ambienti inadeguati, insicuri e, non di rado, indecenti, ha la sua prima causa nel fenomeno della lunga attesa di un posto letto che non c'è a causa dei tagli che hanno introdotto più “moderni” posti barella. In assenza di una contestuale riforma delle cure primarie che ancora latita”. Sempre ieri Sandro Petrolati sullo stesso tema  metteva tra le cause al primo posto la riduzione dei posti letto, progressivamente accentuatasi nel corso degli ultimi 15 anni.

Io, che mi riconosco sia tra gli apologeti del DM 70 e sia - lo confesso - tra gli apologeti del PNRR di cui hanno parlato qui  Luciano Cifaldi ieri e Ivan Cavicchi l’altro ieri, ritengo che la strada giusta sia  adattare il DM 70 alle esigenze emerse nel corso della pandemia come la “ridondanza” di cui occorre disporre in termini di posti letto di area medica e critica per rispondere alle emergenze come quella pandemica. Sono invece convinto che vada ancora ridotto il numero degli ospedali spesso ancora troppo piccoli per giustificare ad esempio un numero così alto di unità di terapia intensiva o di UTIC.

La cosa più logica da fare a questo punto è analizzare i dati (che ci sono e andrebbero usati) per valutare l’impatto della applicazione del DM 70 nelle Regioni prima e durante la pandemia. Ad esempio, quando si parla di riduzione nel numero degli ospedali occorre tenere presente che buona parte di quelli chiusi erano strutture pubbliche di piccole dimensioni (con un Punto di Primo Intervento caratterizzato regolarmente da una  grande fragilità organizzativa) o strutture private con dimensioni sotto il valore soglia di 40 posti letto per acuti previsto dal DM 70 per questa tipologia di ospedali.

Quanto ai posti letto il tasso di occupazione, come ha documentato due anni e mezzo fa Marcello Bozzi in uno studio sugli ospedali italiani allegato ad un intervento qui su QS, prima della pandemia era spesso basso. In diverse unità operative, ad esempio, di terapia intensiva o di UTIC, il tasso di occupazione era nel 2017 al di sotto del 65-75%. Quindi per capire cosa è successo agli ospedali italiani questi anni occorre andare al di là della sola enunciazione dei numeri dei “tagli”.

Ma non servono solo i dati sugli ospedali, ma anche quelli sulla assistenza territoriale e sul sistema dell’emergenza-urgenza (il cosiddetto flusso EMUR) di fatto mai o quasi mai utilizzati per dare una valutazione ai grandi cambiamenti di sistema, quale appunto doveva essere il DM 70. Perché non affidare allora nelle Regioni alla funzione epidemiologica variamente strutturata (quando strutturata lo è e strutturandola negli altri casi) il compito di rileggere quanto è successo in termini complessivi di impatto sulla offerta, sui consumi e sugli esiti con una griglia di lettura coordinata ad esempio da Agenas?

Leggo però dei segnali interessanti e confortanti. Ad esempio quello che viene dalla SIIARTI (la società degli anestesisti e rianimatori) il cui documento pubblicato e commentato ieri su QS ad una attenta lettura dimostra assoluta coerenza i principi fondamentali del DM 70. Infatti, prevedere che in un ospedale con area critica le dimensioni di questa siano adeguate equivale nei fatti ad avere meno ospedali di primo e secondo livello come li chiama e li voleva il DM 70.

Secondo segnale: da apologeta del DM 70 mi consola il fatto che anche un grande sindacato come la CIMO-FESMED abbia qui su QS affermato pochi giorni fa l’esigenza che la riforma del territorio vada di pari passo con quella del DM 70 sul sistema ospedaliero arrivando alla chiusura di tutti i piccoli ospedali entro il 2026. Magari come apologeta del DM 70 non sono poi così solo (Fulvio Moirano a parte).

Claudio Maria Maffei

 



12 maggio 2022
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