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La ricerca cardiologica ospedaliera per una sanità pubblica migliore

di Federico Nardi

12 FEB - Gentile Direttore,
la pandemia che stiamo vivendo ci sta insegnando molto. A caro prezzo stiamo imparando tutti che il Servizio sanitario nazionale è un capitale preziosissimo da difendere tutti insieme, tanto la politica quanto i privati cittadini. Perché quando tutto crolla, c’è solo il servizio pubblico che offre assistenza sempre, 24 ore su 24, in maniera accessibile a tutti, senza fare differenze. Negli ospedali italiani, le più alte competenze professionali sono a disposizione di chiunque ne abbia bisogno. E la cardiologia del Ssn è un’eccellenza nel nostro panorama sanitario: i professionisti di tutte le regioni mettono in campo il meglio della scienza in materia, grazie a un aggiornamento professionale continuo e soprattutto grazie all’esperienza sul campo, accumulata con impegno e abnegazione, ogni giorno a diretto contatto con i pazienti.
 
Avremmo una cardiologia ancora migliore, una sanità pubblica migliore, se quell’esperienza potesse coniugarsi con un’attività di ricerca ospedaliera che oggi nel nostro Paese è una innegabile lacuna. L’esperienza sui casi trattati quotidianamente potrebbe tradursi in dati e analisi, utili alla disciplina per un aggiornamento delle cure in tempo reale e anche per la programmazione politica. Garantirebbe uno spaccato di realtà di cui gioveremmo tutti, affiancandosi alla ricerca universitaria.


Sullo specialista ospedaliero converge tutto il percorso di cura del paziente cardiologico, dal pre-ricovero al post dimissioni, in un iter senza soluzione di continuità. Anche per questo motivo, lo studio dei singoli casi, l’elaborazione di ricerche evidence based e la condivisione dei risultati con la comunità scientifica porterebbero al miglioramento dell’output di cura sui pazienti e al miglioramento dell’organizzazione dei servizi ospedalieri e ospedale/territorio, sempre più nella direzione di una community medicine che proprio la pandemia ha reso assolutamente necessaria.
 
Oggi tutto questo è impossibile: già prima dell’emergenza coronavirus, la ristrettezza di risorse messe a disposizione dei servizi sanitari regionali e il conseguente carico di lavoro su ciascuno dei cardiologi nazionali costringevano a ritmi di lavoro serrati. Ora l’emergenza ha messo a nudo i nervi del sistema. Non c’è spazio per la ricerca, e anche per questo cresce la demotivazione dei cardiologi ospedalieri: il che è un rischio per tutti, a cominciare dallo stato di salute del nostro servizio pubblico, inestimabile bene comune.
 
Federico Nardi
Presidente Anmco Piemonte e Valle d’Aosta

12 febbraio 2021
© Riproduzione riservata


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