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Dalle commissioni di inchiesta agli audit di politica sanitaria: un sogno?

di Claudio Maria Maffei

30 APR - Gentile Direttore,
la notizia della Commissione d’inchiesta richiesta nei confronti del Ministro  Speranza mi ha suggerito alcune riflessioni. Leggo da una Agenzia di stampa che nella Proposta di Legge della Lega che ne prevede la istituzione la Commissione parlamentare sulla pandemia prevederebbe  la conclusione dei propri lavori "entro diciotto mesi dalla sua costituzione, presentando alle Camere una relazione sull'attività svolta e sui risultati dell'inchiesta" e che la Commissione sarebbe composta "da venti senatori e da venti deputati nominati, rispettivamente, dal Presidente del Senato della Repubblica e dal Presidente della Camera dei deputati, in proporzione al numero dei componenti dei gruppi parlamentari”.
 
Gli obiettivi sarebbero la verifica di tre punti: le responsabilità del Governo in merito all’impatto che avrebbe avuto la revisione in tempo utile del Piano Pandemico,  il ritardo nel dichiarare nel gennaio 2020 lo stato di emergenza e l’eventuale opera di depistaggio relativamente al documento della sede di Venezia della Organizzazione Mondiale della Sanità.

 
I tempi di lavoro della Commissione e la sua composizione fanno pensare ad un uso esclusivamente politico della iniziativa con ricadute nulle in termini di identificazione di eventuali criticità e soprattutto di miglioramento della qualità delle politiche sanitarie di risposta ad una pandemia.
 
Mi piace invece molto l’idea (direi quasi che mi appassiona) della introduzione di forme di audit sulle scelte di politica sanitaria, così come avviene nella pratica clinica.  Dell’uso della metodologia dell’audit nella pratica clinica ci sono stati autorevoli interventi qui su QS già alcuni anni (tra i quali segnalo quelli di Riccardo Tartaglia e di Ulrich Wienand).
 
Al tema il Ministero della Salute dedicò una monografia nel 2011 che aveva una formidabile citazione proprio all’inizio:  “WE CANNOT CHANGE THE PAST, BUT YOU CAN CHANGE THE FUTURE”.
 
Mi piace talmente che lascio le maiuscole oltre che l’inglese. L’audit clinico è stato definito da Marco Geddes da Filicaia come “una iniziativa condotta da clinici che cerca di migliorare la qualità e gli outcome dell’assistenza attraverso una revisione tra pari strutturata, per mezzo della quale i clinici esaminano la propria attività e i propri risultati in confronto a standard espliciti e la modificano se necessario, sottoponendo i risultati di tali modifiche a nuove verifiche”. Sostituiamo “politici” a “clinici” ed è fatta.
 
Uno dei campi di applicazione tipici degli audit clinici è la verifica degli errori o presunti tali. La gestione delle scelte politiche nel corso della  pandemia ha offerto molti spunti al riguardo, situazioni in cui la presenza di un possibile errore nelle scelte è apparso evidente. Sottolineo “possibile”. Le Marche, realtà che conosco bene,  offrono ad esempio una grande opportunità al riguardo. In almeno  due occasioni  sono state fatte scelte che hanno comportato rischi elevati per la popolazione ed in un caso anche costi elevati.
 
La prima ha riguardato la scelta di uno screening di massa con un test antigenico all’interno di un programma chiamato “Operazione Marche Sicure” che ha avuto il solo effetto di generare una sensazione di falsa sicurezza nei cittadini e di associarsi ad una impennata nella curva epidemica. La seconda è stata quella di ritardare la adozione di misure di contenimento energiche in Provincia di Ancona quando a febbraio la incidenza di nuovi casi ha cominciato a salire vertiginosamente. Ne è derivata una situazione tragica per la intera Regione che si è trovata per settimane ai primi posti in Italia per saturazione da parte dei pazienti Covid-19 dei posti letto di terapia intensiva e di area medica.
 
Mi pare che queste scelte, e scelte analoghe fatte sia a livello centrale che a livello regionale,    siano meritevoli di verifiche che al  momento non sono previste. Se le scelte sbagliate o presumibilmente sbagliate di politica sanitaria non vengono messe in discussione chi le ha fatte continuerà a pensare che quello stile di governo sia legittimato in sé, a prescindere dalla solidità delle motivazioni e dalla gravità degli effetti delle sue scelte.
 
Per questi casi lo strumento potrebbe essere non  la Commissione d’inchiesta che cerca colpevoli, ma il ricorso a strumenti di verifica che cerchino  e contrastino le falle nel metodo di governo.  E lo facciano in tempi utili perché la correzione incida sulle future scelte.
 
La metodologia dell’audit clinico ben si presta con gli opportuni adattamenti ad un audit “politico” finalizzato (adesso traduco lo stampatello di prima) a far sì che se non puoi cambiare il passato, puoi almeno cambiare il futuro. Ma non dopo diciotto mesi con una valutazione fatta per votazione da parte di una commissione con una rappresentanza proporzionale dei gruppi parlamentari.
 
E se cominciassimo a ragionare anche in politica sanitaria in termini di qualità e di gestione del rischio?
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore scientifico Chronic-On

30 aprile 2021
© Riproduzione riservata


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