Gentile Direttore,
il dibattito nazionale sulle Case della Comunità rischia di partire da una premessa sbagliata: che il problema principale sia obbligare i medici di medicina generale a lavorarci. Non è così.
Le Case della Comunità sono uno degli strumenti più importanti per rafforzare la sanità territoriale, rispondere all’invecchiamento della popolazione e alleggerire la pressione sugli ospedali, ma ridurre questa sfida a un tema di obblighi contrattuali significa ignorarne la complessità.
Un medico può essere obbligato a essere presente in una struttura. Non può essere obbligato a credere in un progetto.
La vera domanda, quindi, non dovrebbe essere come costringere i professionisti a entrare nelle Case della Comunità, ma come ma come renderle luoghi realmente utili per i cittadini e attrattivi per chi vi lavora.
L’esperienza del Veneto prova a percorrere questa strada.
Nei giorni scorsi è stato sottoscritto un Accordo Integrativo Regionale che consente l’avvio operativo delle Case della Comunità attraverso un modello fondato sulla partecipazione volontaria dei medici di medicina generale. Non si tratta di una rinuncia alle responsabilità né di una posizione ideologica. Al contrario, si tratta della convinzione che un cambiamento così profondo possa funzionare soltanto se viene costruito insieme ai professionisti che dovranno realizzarlo ogni giorno.
Il modello individua nelle Aggregazioni Funzionali Territoriali la rete organizzativa del sistema e nella Casa della Comunità il luogo di coordinamento delle attività integrate, del confronto multidisciplinare e della programmazione assistenziale condivisa. Lo studio del medico di famiglia continua ad essere il punto di riferimento fiduciario per il cittadino, mentre la Casa della Comunità diventa il luogo in cui si progettano e si sviluppano percorsi assistenziali personalizzati per i pazienti, in collaborazione con infermieri di famiglia e di comunità, personale amministrativo e gli altri professionisti del territorio.
Non c’è contrapposizione tra studio del medico di famiglia e Casa della Comunità. C’è complementarità.
L’integrazione territoriale funziona se rafforza la medicina generale e la sua capacità di presa in carico, non se ne indebolisce il ruolo.
In questa prima fase l’accordo affronta una criticità concreta e immediata: la gestione dei bisogni acuti da valutare in giornata che oggi congestionano gli studi medici e, troppo spesso, si riversano impropriamente nei pronto soccorso. Attraverso l’organizzazione di attività ambulatoriali diurne nelle Case della Comunità, integrate con il Numero Unico Europeo 116117 e supportate da personale infermieristico e amministrativo, si punta a ricollocare nel contesto più appropriato la risposta ai bisogni non differibili dei cittadini e nello stesso tempo restituire tempo professionale per la alla gestione programmata dei pazienti cronici e fragili.
Questo non può che essere solo il primo tassello di una riorganizzazione più ampia.
Il modello veneto non si esaurisce nella risposta all’acuto.
L’accordo sottoscritto dovrà trovare sviluppo nel prossimo Accordo Integrativo Regionale, proseguendo con l’obiettivo di costruire una medicina generale sempre più organizzata e integrata, valorizzando le competenze professionali e le vocazioni dei singoli medici.
Pensiamo a Case della Comunità capaci di ospitare attività di diagnostica di primo livello, telemedicina, presa in carico della cronicità complessa e percorsi assistenziali dedicati alle fragilità. Pensiamo inoltre allo sviluppo degli “special interest”, con medici di medicina generale che possano acquisire competenze avanzate e certificate in specifici ambiti clinici attraverso percorsi formativi regionali realizzati in collaborazione con le Università e con la Fondazione Scuola di Sanità Pubblica.
Non una medicina generale impoverita o subordinata, ma una medicina generale che cresce, si differenzia e mette a disposizione del territorio competenze sempre più evolute.
Accanto a questo sarà necessario affrontare con decisione il tema del liberare tempo per domiciliarità, passando anche dalla semplificazione burocratica. Una parte crescente del tempo professionale viene oggi assorbita da attività amministrative che sottraggono energie alla cura. Una sanità territoriale moderna non può limitarsi ad aggiungere nuovi compiti: deve anche eliminare quelli che non producono valore clinico.
Il punto, quindi, non è scegliere tra obbligo e volontarietà come se fossero categorie ideologiche.
Il punto è costruire modelli organizzativi che funzionino.
Se le Case della Comunità saranno percepite come un luogo in cui il medico può lavorare meglio, collaborare con altri professionisti, sviluppare nuove competenze e offrire risposte più efficaci ai propri assistiti, non ci sarà bisogno di alcuna forzatura.
Per questo il confronto che si aprirà nei prossimi mesi tra Governo, Regioni e rappresentanze professionali deve uscire dalla logica degli obblighi e concentrarsi sulla qualità del modello. La vera scelta politica non è decidere come portare i medici dentro le Case della Comunità, ma come renderle Case ospitali sia per i professionisti che per i cittadini.
Le Case della Comunità non sono edifici da riempire, sono servizi da costruire.
Solo così potremo offrire ai cittadini una sanità territoriale più accessibile e più efficace perché più vicina ai bisogni reali delle persone.
Le Case della Comunità avranno successo solo se sapranno generare valore: più integrazione, più capacità di presa in carico, più tempo di cura e meno burocrazia. È su questo terreno che si misurerà la credibilità della riforma della sanità territoriale.
La sfida è chiara: costruire insieme un modello sostenibile, attrattivo e capace di migliorare concretamente l’assistenza. Meno imposizioni, più cooperazione. Meno slogan, più risultati.
Enrico Peterle
Segretario Regionale FIMMG Veneto