Con l’autonomia differenziata le cure dipenderanno dal Cap o dal reddito

Con l’autonomia differenziata le cure dipenderanno dal Cap o dal reddito

Con l’autonomia differenziata le cure dipenderanno dal Cap o dal reddito

Gentile Direttore, i quotidiani ci informano del fatto che al CdM di domani saranno presenti i Presidenti delle Regioni che hanno sottoscritto intese per l’autonomia differenziata.

Gentile Direttore,

i quotidiani ci informano del fatto che al CdM di domani saranno presenti i Presidenti delle Regioni che hanno sottoscritto intese per l’autonomia differenziata. Sembrerebbe, dunque, che il governo voglia accelerare l’attuazione di questo processo per le materie cosiddette “non Lep”, cioè quelle per le quali il governo ritiene che non si debbano definire prima – come previsto dalla Legge sul federalismo fiscale – i Livelli Essenziali delle Prestazioni e gli stanziamenti necessari a garantire la perequazione tra i diversi punti di partenza delle Regioni e conseguentemente il rispetto dell’eguaglianza sostanziale tra i cittadini.

Per un’interpretazione assai discutibile, che equipara Lea e Lep, potrebbe accadere che anche la sanità entri a far parte a breve del trasferimento differenziato di funzioni dallo Stato alle Regioni. Come è noto le differenze territoriali in materia di tutela della salute sono già enormi. Molti dati ufficiali, tra cui ad esempio il divario di circa due anni nell’aspettativa di vita tra chi nasce a Trento e chi nasce a Napoli, dimostrano come le diseguaglianze in termini di diritto alla salute siano inaccettabili. In un quadro di complessiva fatica del SSN, anche i Livelli Essenziali di Assistenza vengono garantiti in modo decisamente disomogeneo, in particolare a discapito delle persone che vivono nelle aree più disagiate del Mezzogiorno. Di fronte a tutto questo le politiche pubbliche, anziché concentrarsi sulla riduzione dei divari territoriali, con l’autonomia differenziata di Calderoli si incamminano a cristallizzare queste diseguaglianze e a distruggere l’idea stessa del Servizio Sanitario Nazionale. Se ne parla ancora troppo poco, e quasi sempre tra addetti ai lavori. Le intese sottoscritte con il governo nazionale da Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria prevedono che le Regioni possano decidere autonomamente in merito a tariffe delle prestazioni, professioni sanitarie, fondi sanitari integrativi e assicurazioni: tutti temi cruciali che avrebbero inevitabilmente un riflesso su tutte le altre Regioni. Se una Regione più ricca può, ad esempio, pagare meglio una prestazione o un professionista sanitario, è prevedibile che questo produca una competizione impropria e comporti la “desertificazione sanitaria” di aree territoriali meno ricche e sviluppate. Sarebbe la fine, la dissoluzione del Servizio Sanitario Nazionale come immaginato nel 1978 con la Legge 833 che lo istitutiva.

Ho letto sul vostro giornale che il Ministro Schillaci all’inaugurazione dell’Anno Accademico della Cattolica a Roma ha affermato che “è intollerabile che l’accesso alle cure dipenda dal CAP o dal reddito…”. L’autonomia differenziata rende questa prospettiva inevitabile e irreversibile. Ora tuttavia il Ministro della Salute ha la possibilità di passare dalle parole ai fatti: blocchi in CdM l’autonomia differenziata in sanità e si occupi di promuovere, d’intesa con le Regioni, misure che aiutino le realtà più svantaggiate a raggiungere livelli di servizi paragonabili a quelli delle aree più ricche.

Marina Sereni

Responsabile Sanità del Partito Democratico

17 Febbraio 2026

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