Dalla balie all’utero in affitto

Dalla balie all’utero in affitto

Dalla balie all’utero in affitto

Gentile Direttore,
a proposito di  procreazione assistita e di maternità surrogata mi piace ricordare che all'inizio del ‘900 in Italia c'erano le balie, donne di famiglie contadina, che venivano mandate in famiglie ricche per allattare i neonati. Queste donne giovani lasciavano spesso i propri figli ad altre donne e generalmente dovevano sopportare regole ferree secondo le quali non potevano neanche stabilire un legame affettivo con i bambini ai quali davano latte. Spesso allattavano più bambini di madri diverse, tanto che fu coniato il termine "fratelli di latte". Finito il proprio compito le nutrici si trasformavano in "balie asciutte" rimanendo a servizio della famiglia. Tali figure di donne sono poi scomparse naturalmente con l'evolversi della società.
 
Nel terzo millennio esplode violenta la protesta contro gli uteri in affitto, ovvero contro quella che viene definita la gestazione per altri. In Francia si mobilitano, all'inizio del 2016, le femministe con la carta per l'abolizione della maternità surrogata e con la stigmatizzazione pubblica di quello che in India e in Tailandia sta diventando un "sistema di produzione biotecnologica dei bambini", secondo la definizione usata dalla filosofa femminista francese Sylviane Agacinsky.
 
Attualmente si inizia a parlare in Italia di una campagna per la donazione di gameti. In Italia mancano donatrici di ovuli in controtendenza a quanto avviene nel resto del mondo. Le donatrici di ovuli europee sono, secondo l'identikit fatto in un recente studio, giovani donne sotto i trenta anni di età, con partner convivente e con già un figlio che hanno una motivazione filantropica. In America, invece, le donatrici di ovuli aumentate di numero per la recessione economiche, sono spesso donne che cercano di avere qualche beneficio economico.
 
Poiché si parla di donazioni di gameti non possiamo dimenticare, in par condicio, i donatori di sperma. Qualche mese fa la banca dello sperma inglese ha lanciato l'allarme per la carenza di donatori dovuta principalmente al fatto che in Inghilterra non vi è l'anonimato per il volontario. In poche parole il figlio di in donatore inglese può al compimento del diciottesimo anno di età chiedere di conoscere il nome del padre biologico, seppure senza nessuna implicazione legale. I rappresentanti della banca inglese hanno dichiarato secondo alcuni tabloid, di voler iniziare una campagna pubblicitaria ispirandosi allo slogan di un'analoga campagna danese che pressappoco recitava così: “Esportiamo birra, lego e sperma".
 
Se a tutto questo si aggiunge poi che in Internet e praticamente su  alcuni social network  pare sia  possibile reperire gruppi di donatori di sperma e di donne riceventi che possono scambiarsi gameti in maniera asettica o anche attraverso  il desueto atto naturale  l'evento della procreazione  diventa  un mix di  surrealismo e futurismo  dove i figli più che frutto di amore appaiono il risultato di  sentimenti contrapposti  e che introducono   in un mondo  inesplorato a cui siamo tutti impreparati.
 
Vorrei concludere con una frase di Bertold Brect: "E vi preghiamo, quello che succede non trovatelo naturale. Di nulla sia detto naturale, in questo tempo di sanguinoso smarrimento".
 
Maria Ludovica Genna
Medico, Direttore Osservatorio Sanitario Napoli

06 Marzo 2016

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