Dalla strage in Nuova Zelanda alla Sinagoga di Pittsburgh. Un filo rosso che nessuno vuole vedere

Dalla strage in Nuova Zelanda alla Sinagoga di Pittsburgh. Un filo rosso che nessuno vuole vedere

Dalla strage in Nuova Zelanda alla Sinagoga di Pittsburgh. Un filo rosso che nessuno vuole vedere

Gentile Direttore,
cinquanta persone uccise e molte altre ferite pochi giorni or sono in Nuova Zelanda da Brenton Tarrant. 77 persone uccise e quasi 200 ferite nel 2011 in Norvegia da Anders Breivik (che ha cambiato nome e si chiama ora Fjotolf Hansen). Nel luglio 2016 muoiono 87 persone e 302 vengono ferite sulla Promenade des Anglais a Nizza, per mano di Mohamed Lahouaiej-Bouhlel. All’inizio del 2018 sei persone di colore vengono ferite a Macerata da Luca Traini, partito da Tolentino per “fare giustizia” dopo la morte di Pamela Mastropietro. 12 persone morte e diverse altre ferite nel gennaio 2015 a Parigi, presso la sede di Charlie Hebdo, per mano dei fratelli Kouachi. Nell’ottobre 2018  Robert D. Bowers uccide 11 ebrei in una sinagoga di Pittsburg, in Pennsylvania. Potremmo andare avanti molto a lungo con episodi analoghi, citando “razzisti”, “suprematisti” e “radicalizzati” di una parte e dell’altra.
 
In occasione di questi episodi, i commenti prevalenti che vengono espressi riguardano le presunte radici culturali e politiche degli stessi. Nessuno nega che l’incitamento all’odio religioso o razziale abbia importanza in queste vicende, ma quasi tutti trascurano il particolare essenziale che le accomuna tutte. Questo particolare è costituito dal fatto che gli autori di queste terribili azioni omicide, culminate non di rado con la morte degli stessi artefici, sono persone che presentano gravi o gravissime turbe mentali. Se non si parte da questo dato di fatto, si otterranno scarsissimi risultati anche relativamente alla prevenzione di simili episodi.
 
Partiamo dal “manifesto” di Brendon H. Tarrant. Nel commentare le affermazioni contenute nel documento con cui Tarrant dice di voler “spiegare” la strage, quasi tutti parlano di affermazioni “deliranti”, farcite di confusi richiami all'immaginario della destra radicale e del suprematismo bianco. 74 pagine nelle quali Brendon H. Tarrant riesce perfettamente a rendere ragione della sua follia, allo stesso modo in cui Anders Breivik (cui Tarrant inevitabilmente si ispira) mostrò chiaramente al modo la sua follia non tanto e non solo con i suoi gesti, ma anche con quel “manifesto” di 1518 pagine, 2083: A European Declaration of Independence, cui Tarrant si è poi ispirato.
 
Occorre partire da alcune considerazioni che, elementari per quanti si occupano di follia (in particolare di quella follia che può essere molto pericolosa), vengono invece ampiamente trascurate dalla maggior parte di coloro che si sforzano di “spiegare” tali terribili azioni delittuose. Breivik (che ora ha chiesto e ottenuto di cambiare nome), prima dei suoi folli attentati era un perfetto “nessuno”. Dopo le sue azioni insensate è diventato famoso in tutto il mondo. Un perfetto “nessuno” era anche Traini, che però, dopo le sue folli gesta (era stato in cura psichiatrica in precedenza), viene addirittura accostato da Tarrant a Sebastiano Venier (uno degli artefici della vittoria di Venezia sui Turchi a Lepanto!) e allo stesso Breivik. Analogo destino capiterà a Terrant: diventerà “famoso” come lo è diventato Breivik, poco importa se la “fama” sarà acquisita macchiandosi di orrendi crimini contro inermi.
 
Breivik, in una prima perizia psichiatrica, venne inevitabilmente riconosciuto affetto da palesi disturbi deliranti (gli stessi che egli ha in maniera chiara e incontrovertibile espresso nel suo “manifesto”). Vi fu una sorta di rivolta della popolazione e dei media. Così, con una seconda perizia psichiatrica condizionata dal clima popolare, gli vennero riconosciuti solo dei blandi disturbi di personalità, ininfluenti sulla capacità di intendere e di volere. In tal modo, invece che un povero matto insensato (ancorché molto pericoloso), Breivik è diventato un “eroe” della European Declaration of Independence, con la Nuova Zelanda che, dopo le forsennate gesta e le dichiarazioni di Tarrant, non mancherà di rivendicare la sua appartenenza all’Europa. Già, perché Tarrant, potremmo mai dubitarne, nonostante il carattere delirante del suo manifesto e delle sue azioni, verrà sicuramente giudicato come sano di mente, diventando anche lui un eroe e un ispiratore di altri folli emulatori, che però, pur essendo dei nessuno, con quei gesti saranno famosi.
 
Si tratta di un empowerment a caro prezzo a disposizione di individui falsi forti, in realtà fragilissimi, che avrebbero bisogno di limiti, prima di sparare all’impazzata. Ma chi avrebbe la responsabilità e la competenza di porre argine a una escalation folle, quando si tende a scartare a priori un interesse psicopatologico per tali vicende?
 
Mario Iannucci
Psichiatra psicoanalista
Esperto di Salute Mentale applicata al Diritto
 
Gemma Brandi
Psichiatra psicoanalista
Esperta di Salute Mentale applicata al Diritto

19 Marzo 2019

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