Direttori generali, una proroga che interroga il modello di governance e rischia di rinviare l’innovazione
Gentile Direttore, il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva con voto di fiducia, la conversione in legge del DL 7 agosto 2026 n°144. La proroga non è un intervento neutro né meramente tecnico: con questa norma si apre una questione rilevante per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale.
Gentile Direttore,
il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva con voto di fiducia, la conversione in legge del DL 7 agosto 2026 n°144. La proroga prevista dall’art. 4, comma 10-bis del nuovo provvedimento legislativo n°2047/2026, non è un intervento neutro né meramente tecnico: con questa norma si apre una questione rilevante per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale. Il comma 10-bis proroga la validità dell’iscrizione nell’elenco nazionale dei soggetti idonei alla nomina di Direttore Generale delle Aziende Sanitarie Locali, delle Aziende Ospedaliere e degli altri Enti del SSN: si tratta dell’elenco pubblicato dal Ministero della salute il 16 dicembre 2022, successivamente integrato e modificato. La proroga opera fino alla pubblicazione dell’elenco aggiornato e, in ogni caso, non oltre il 31 dicembre 2027. In sostanza, per assicurare continuità alle nomine si sospende di fatto il normale ciclo di ricambio e aggiornamento delle competenze richiesto dal d.lgs. 171/2016.
La disposizione nasce, con ogni probabilità, da un’esigenza comprensibile: evitare che il ritardo nell’aggiornamento dell’elenco nazionale blocchi o renda incerti i procedimenti regionali di nomina dei Direttori Generali. In altre parole, garantire continuità amministrativa alle Aziende Sanitarie e Ospedaliere, scongiurando il rischio di vuoti di governance.
Ma proprio qui si colloca il nodo. La continuità delle nomine è certamente necessaria. Tuttavia, non può trasformarsi nella proroga sostanziale di un sistema di idoneità che era stato costruito per rispondere a esigenze opposte: aggiornare periodicamente la platea dei candidati, rendere più trasparenti le scelte, qualificare l’accesso alla dirigenza apicale e aprire il sistema a professionalità in grado di rispondere alle nuove sfide del SSN.
Il rischio è che una misura nata per risolvere un problema procedurale produca un effetto politico e organizzativo più ampio: congelare, proprio nella fase decisiva della riforma sanitaria prevista dal DM77/2022, il ricambio e l’aggiornamento della classe dirigente chiamata a governarla.
Non è una questione generazionale
La critica alla proroga non può e non deve trasformarsi in un giudizio sommario sui Direttori Generali oggi in servizio o sugli idonei iscritti nell’elenco del 2022. Non è una contrapposizione tra “vecchi” e “nuovi” manager, né un invito a sostituire per principio chi già svolge incarichi apicali.
Molti Direttori Generali e molti professionisti inseriti nell’elenco nazionale hanno competenze consolidate, esperienze importanti e risultati che meritano di essere valorizzati. Il punto, tuttavia, non riguarda il valore individuale delle persone. Riguarda il funzionamento del sistema.
L’idoneità alla nomina di Direttore Generale non dovrebbe essere interpretata come un titolo statico, destinato a conservarsi nel tempo per effetto di proroghe successive. Dovrebbe essere, al contrario, una garanzia dinamica di competenza, aggiornamento, responsabilità e capacità di innovazione.
Il d.lgs. 171/2016 ha costruito l’elenco nazionale come strumento di qualificazione della dirigenza apicale sanitaria, fondato su selezione nazionale, verifica dei titoli ed aggiornamento biennale. L’obiettivo era superare elenchi statici e regionalmente frammentati, rendere più trasparenti le nomine e disporre di una platea di candidati valutati con criteri omogenei.
La ratio era chiara: la scelta finale può e deve restare alle Regioni, perché il Direttore Generale realizza la programmazione regionale e risponde degli obiettivi assegnati. Ma la scelta regionale deve esercitarsi all’interno di un perimetro nazionale di professionalità effettivamente aggiornate e comparabili.
La proroga dell’elenco del 2022 fino alla fine del 2027 modifica questo equilibrio. Non elimina formalmente l’obbligo di aggiornamento, ma ne attenua nella pratica il significato. L’elenco continua a essere utilizzabile, mentre il suo rinnovo viene rinviato. E il rischio è che l’eccezione diventi una modalità ordinaria di gestione della governance sanitaria.
Le aziende del 2027 saranno diverse
Il problema è ancora più evidente se si guarda a ciò che sta accadendo alle Aziende Sanitarie. Tra il 2022 e il 2027 non è cambiato soltanto il calendario. È cambiato il lavoro che viene richiesto ai Direttori Generali.
La sanità italiana è impegnata in una trasformazione che coinvolge l’assistenza territoriale, la medicina di prossimità, la digitalizzazione, la gestione delle cronicità, la non autosufficienza, l’integrazione sociosanitaria, il rafforzamento della prevenzione e la crisi del personale. Il DM 77/2022 ha delineato standard e modelli per lo sviluppo dell’assistenza territoriale, individuando nel distretto e nelle nuove reti territoriali un nodo cruciale per la presa in carico delle persone e per l’integrazione tra ospedale, domicilio e servizi di comunità.
Non basta realizzare edifici, attivare formalmente Case della Comunità, aprire Centrali operative territoriali o acquistare piattaforme di telemedicina. Il punto decisivo è far funzionare questi strumenti come parti di un sistema unitario e realmente integrato.
Per farlo servono Direttori Generali capaci di organizzare reti, non soltanto strutture. Serve una leadership in grado di superare la frammentazione tra ospedale e territorio, tra sanità e sociale, tra professioni diverse, tra dati e decisioni. Servono competenze che non possono essere date per scontate, né desunte automaticamente dal solo possesso di un requisito maturato anni prima.
Un’Azienda Sanitaria chiamata a governare l’invecchiamento della popolazione, la crescita delle cronicità e delle fragilità, le difficoltà di reclutamento del personale e l’aumento dei bisogni assistenziali richiede una direzione capace di fare almeno cinque cose: programmare per bisogni di salute e non soltanto per prestazioni; integrare servizi e professioni; utilizzare in modo intelligente dati e tecnologie; garantire sostenibilità senza ridurre impropriamente l’accesso alle cure; rendere conto dei risultati raggiunti davanti alle istituzioni e ai cittadini.
Sono competenze nuove, o comunque oggi molto più centrali di quanto non fossero pochi anni fa.
L’idoneità non può diventare un’abilitazione permanente
La disposizione proroga la validità dell’iscrizione per i soggetti presenti nell’elenco pubblicato il 16 dicembre 2022, fino all’aggiornamento dell’elenco e comunque fino al 31 dicembre 2027. Ciò significa che, nel caso limite, un elenco costituito nel 2022 potrà continuare a regolare l’accesso alle nomine fino a cinque anni dopo la sua pubblicazione.
È qui che emerge la criticità più rilevante. Un sistema di idoneità nazionale, se vuole essere credibile, non può limitarsi a certificare che un candidato possedeva determinati requisiti al momento della selezione. Deve anche verificare, con cadenza ragionevole, se quelle competenze siano ancora adeguate al ruolo, se siano state aggiornate e se nel frattempo siano emersi nuovi profili professionali meritevoli di accesso.
Altrimenti l’idoneità rischia di trasformarsi in un’abilitazione sostanzialmente permanente, prorogabile in funzione delle difficoltà organizzative dell’amministrazione. E un meccanismo pensato per innalzare la qualità delle nomine finisce, paradossalmente, per ridurre la pressione verso l’aggiornamento, il ricambio e la selezione competitiva.
Non si tratta di invocare un ricambio anagrafico. Si tratta di garantire un ricambio di competenze.
Negli ultimi anni, ad esempio, si sono formati dirigenti che hanno lavorato direttamente sull’attuazione degli interventi di sanità territoriale, sull’integrazione con i Comuni, sulla gestione delle Case della Comunità, sull’assistenza domiciliare, sulla telemedicina, sui fabbisogni professionali e sul governo delle liste d’attesa. Una platea chiusa o congelata rischia di impedire, o quantomeno ritardare, l’ingresso di queste esperienze nel bacino nazionale dei nominabili.
Il risultato può essere un sistema più stabile ma meno capace di apprendere; più amministrativamente sicuro, ma meno aperto alle energie professionali maturate nel corso della trasformazione in atto.
Il rischio di una governance conservativa
La proroga non produce automaticamente cattiva amministrazione. Ma può favorire una logica conservativa in un sistema che avrebbe bisogno di discontinuità organizzativa. Il tema non è soltanto chi viene nominato. È ciò che il sistema premia quando nomina. Se la selezione tende a privilegiare prevalentemente la continuità, l’anzianità di incarico, la familiarità con gli apparati e la capacità di mantenere in equilibrio l’esistente, allora si rischia di lasciare in secondo piano ciò che oggi serve di più: la capacità di cambiare l’organizzazione.
Le Aziende Sanitarie non possono essere dirette esclusivamente come strutture amministrative. Devono essere governate come organizzazioni complesse, nelle quali l’equilibrio di bilancio è fondamentale ma non esaurisce il giudizio sulla qualità della gestione. Un’azienda può chiudere il bilancio senza disavanzi e, allo stesso tempo, avere liste d’attesa insostenibili, un ricorso eccessivo al pronto soccorso, una bassa capacità di assistenza domiciliare, personale in sofferenza, reparti sottodimensionati, disuguaglianze nell’accesso ai servizi e difficoltà nell’integrare i percorsi ospedalieri con quelli territoriali.
Per questo la sostenibilità non può essere misurata solo in termini contabili. La vera sostenibilità è la capacità di utilizzare bene le risorse disponibili per generare salute, qualità, accessibilità, sicurezza delle cure, continuità assistenziale ed equità.
Il Direttore Generale del prossimo triennio deve saper governare questa complessità. Deve gestire bilanci e investimenti, ma anche organizzare il lavoro, attrarre e trattenere professionisti, costruire alleanze territoriali, utilizzare i dati, ridurre inappropriatezze, attuare la sanità di prossimità e garantire che l’innovazione digitale migliori davvero la vita dei cittadini e il lavoro degli operatori.
Se il sistema di accesso alla leadership aziendale non si aggiorna in funzione di queste responsabilità, il rischio è di disporre di manager formalmente idonei ma non selezionati per la capacità di governare la trasformazione.
Il ruolo delle Regioni e la trasparenza delle nomine
La questione dell’elenco nazionale richiama inevitabilmente anche quella delle nomine regionali. Le Regioni devono poter scegliere i Direttori Generali in coerenza con la programmazione sanitaria, con le caratteristiche dei territori e con gli obiettivi specifici delle singole aziende. È una responsabilità politica e istituzionale che non può essere eliminata. Ma la discrezionalità regionale non deve essere confusa con l’opacità. Più l’elenco nazionale resta in vigore senza aggiornamento, più diventa importante che la fase regionale sia trasparente, comparativa e fondata su motivazioni verificabili.
Occorrerebbe chiedere che ogni nomina sia preceduta dalla definizione pubblica del profilo di cui l’azienda ha bisogno. Un’ASL con gravi criticità territoriali, una forte mobilità passiva, liste d’attesa elevate, difficoltà di integrazione con i servizi sociali o rilevanti problemi di personale non può essere trattata come un’azienda qualunque. Il profilo del Direttore Generale dovrebbe rispondere ai problemi concreti di quella organizzazione e di quella comunità.
La Regione dovrebbe dunque rendere conoscibili:
- Le priorità assegnate all’azienda.
- Le competenze richieste al direttore generale.
- I criteri utilizzati per confrontare i candidati.
- Le ragioni della scelta finale.
- Gli obiettivi del contratto di mandato.
- I risultati conseguiti nel corso dell’incarico.
Questa trasparenza non è un adempimento comunicativo. È una condizione di responsabilità pubblica. Le nomine dei vertici sanitari incidono direttamente sui servizi disponibili per milioni di persone, sul lavoro di migliaia di professionisti e sull’impiego di risorse pubbliche ingenti. Non possono essere sottratte a una valutazione pubblica della coerenza tra i problemi dell’azienda, il profilo del nominato e i risultati ottenuti.
Che cosa dovrebbe accompagnare la proroga
Se la proroga venisse considerata indispensabile, dovrebbe essere accompagnata da garanzie precise. Senza queste garanzie, il provvedimento rischia di essere interpretato come un rinvio della riforma della governance sanitaria, più che come una misura transitoria per garantire la continuità delle nomine.
La prima garanzia è un termine effettivamente perentorio per la conclusione dell’aggiornamento dell’elenco. Non basta fissare un limite finale se non si rende pubblico un cronoprogramma della procedura: avviso, domande, istruttoria, valutazione e pubblicazione dell’elenco aggiornato. La proroga deve essere un ponte, non una stanza d’attesa.
La seconda garanzia è una relazione pubblica del Ministero della salute sulle ragioni del ritardo. Il Parlamento, le Regioni, i professionisti e i cittadini dovrebbero poter conoscere perché l’aggiornamento non si sia concluso nei tempi, in quale fase si trovi la procedura, quali problemi siano emersi e quali misure siano state adottate per evitare ulteriori slittamenti.
La terza garanzia è un aggiornamento sostanziale dei criteri di valutazione. Il nuovo elenco non può limitarsi a replicare un modello selettivo fondato soprattutto su requisiti formali e sull’aver già ricoperto incarichi. Deve valorizzare esperienze comprovate di innovazione organizzativa, integrazione sociosanitaria, gestione del personale, digitale, governo clinico, sostenibilità, qualità, appropriatezza e valutazione degli esiti.
La quarta garanzia è la formazione continua obbligatoria, certificata e coerente con i problemi reali delle aziende. Non una formazione generica, ma percorsi su sanità territoriale, governo delle reti, organizzazione del lavoro, leadership multiprofessionale, telemedicina, uso dei dati, sicurezza, gestione delle crisi, equità e trasparenza.
Infine, occorre rafforzare la valutazione dei Direttori Generali. Di questo ne ho già lungamente parlato nel precedente articolo su QS. La loro conferma o la loro eventuale nuova nomina dovrebbe dipendere da indicatori chiari e pubblici: tempi di attesa, presa in carico territoriale, assistenza domiciliare, qualità e sicurezza delle cure, mobilità sanitaria, gestione del personale, equità di accesso, utilizzo delle risorse, innovazione e grado di attuazione delle riforme.
La domanda che il provvedimento lascia aperta
La proroga dell’elenco nazionale degli idonei può evitare un problema immediato: l’incertezza sulle nomine in assenza di un elenco aggiornato. Ma non risponde alla domanda più importante, che riguarda la qualità della leadership sanitaria necessaria nei prossimi anni.
Le Aziende Sanitarie non hanno bisogno soltanto di Direttori Generali formalmente nominabili. Hanno bisogno di Direttori Generali capaci di trasformare le organizzazioni, costruire sanità di prossimità, integrare ospedale e territorio, governare il lavoro e le professioni, utilizzare dati e tecnologie, garantire sostenibilità senza arretrare sul diritto alla salute.
La continuità delle nomine è necessaria. Ma non può diventare continuità dell’inerzia. Se l’elenco nazionale è stato pensato per garantire qualità, aggiornamento e trasparenza, la sua proroga deve essere accompagnata da un impegno altrettanto chiaro: rinnovare rapidamente il sistema, aprirlo alle competenze maturate nella nuova sanità e legare la leadership non soltanto al possesso di requisiti, ma alla capacità di produrre risultati per le persone, le comunità e il Servizio Sanitario Nazionale. Le Aziende Sanitarie del prossimo triennio dovranno governare l’invecchiamento della popolazione, la crescita delle cronicità, la fragilità delle professioni, le liste d’attesa, la trasformazione digitale, l’integrazione con i servizi sociali, l’attuazione degli investimenti territoriali e la sostenibilità di un servizio universalistico sotto forte pressione. Non basta, dunque, che i Direttori Generali siano formalmente nominabili. Devono essere messi alla prova sulla capacità di costruire organizzazioni più accessibili, integrate, competenti, trasparenti e vicine alle persone.
La vera critica alla proroga è qui: essa risolve, forse, un’esigenza amministrativa immediata, ma non affronta la domanda decisiva. Quale leadership serve oggi al Servizio Sanitario Nazionale per trasformare le Aziende Sanitarie da strutture amministrative che gestiscono l’esistente in organizzazioni pubbliche capaci di produrre salute, equità e fiducia? Senza una risposta a questa domanda, il rischio è che il sistema continui a rinviare il cambiamento proprio nel momento in cui non può più permetterselo.
Marinella D’innocenzo
già Direttore Generale di Aziende Sanitarie
Presidente Associazione “ L’AltraSanità”
02 Ottobre 2026
© Riproduzione riservata
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