Gentile Direttore,
la prima Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, introdotta dall’ entrata in vigore del Testo Unico sulle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti (Decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, art. 131), è stata presentata nel 1993, facendo riferimento ai dati raccolti nell’anno precedente.
Il decreto ha di fatto istituito l’obbligo per il Governo di trasmettere annualmente alle Camere un documento dettagliato sull’evoluzione del fenomeno nel Paese, sebbene a detta di molti operatori del settore il documento, compilato dal Dipartimento per le Politiche Antidroga (DPA), presenti evidenti limiti rispetto alla realtà del consumo.
I dati utilizzati, infatti, provengono esclusivamente dalla rete interistituzionale dei Servizi per le Dipendenze Patologiche (SerD dal 2014, precedentemente SerT, ossia Servizi per le Tossicodipendenze), Ministeri, Enti pubblici di ricerca, Autorità giudiziarie e Privato sociale e Comunità Terapeutiche, escludendo tutta una serie di realtà che si occupano di prevenzione, riduzione del danno (RdD) e limitazione dei rischi (LdR) e, soprattutto, precludendo al documento la possibilità di una sia pur ridotta annotazione relativa all’ampia fascia di consumatori occasionali, spesso integrati socialmente che non entrano in contatto con il sistema sanitario e con quello giudiziario e/o amministrativo (vedi Prefettura).
Lo strumento e le procedure su cui si fonda, inoltre, evidenziano falle in termini di tempi di rilevazione del dato rispetto alle continue evoluzioni dei pattern di consumo e delle sostanze immesse sul mercato e di disuniforme modalità di raccolta del dato statistico.
Torna utile ricordare in proposito che, a seguito della modifica del Titolo V della Costituzione, il nostro Paese annovera modelli sanitari differenti con altrettante differenti eHealth (o sanità digitale).
Nell’ormai datato strumento ministeriale, poi, scarne restano le informazioni circa la poliassunzione e la doppia (e più) dipendenza ibrida- sostanze + comportamenti a rischio – a cui i Servizi sono chiamati sempre di più a rispondere in termini di approccio sistemico (care bundle).
Mancano del tutto monitoraggio e riscontri in merito all’efficacia delle prestazioni, dei percorsi intrapresi, dei trattamenti a cui si è offerta adesione o meno da parte della persona, così come si potrebbe puntare di più sulle indagini campionarie e sulle tecniche bio-mediche in grado di intercettare le nuove tendenze e di mappare il sommerso.
Epidemiologicamente e metodologicamente più incisivi si presentano a riguardo gli approcci del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’Agenzia dell’Unione Europea sulle Droghe (EUDA).
In Italia, il CNR prova a colmare il vuoto informativo sui consumatori in generale e su quelli più giovani, attraverso studi di prevalenza basati su campionamenti statistici standardizzati. Non di meno, di grande utilità è l’analisi epidemiologica delle acque reflue eseguite in alcune città, sul modello sdoganato dall’Istituto Mario Negri e ripreso in Europa dall’EUDA, attraverso il Progetto SCORE (Sewage Analysis CORe group Europe). In pratica, questa tecnica quantifica, in termini di consumi di massa e in tempi reali definiti (un dato giorno, un fine settimana, ecc.), i metaboliti delle droghe escreti nelle fogne di un dato territorio.
Numeri, tabelle, percentuali che in pochi leggeranno (operatori del settore e giornalisti compresi), preferendo attestarsi sui proclami della presentazione della Relazione, sui numeri più idonei ad enfatizzare sensazionalismo, spettacolarizzazione e ideologia.
Dal 1993 poco è cambiato nella stesura del documento, fatta eccezione per il format e l’estetica dello stesso. A poco è servita la Relazione in termini di de-cristallizzazione del dibattito pubblico, basculante infruttuosamente tra proibizionismo repressivo e antiproibizionismo miope.
Lo strumento in sé non sembra appagarle entrambi.
Lo stesso rende conto (parzialmente) dell’emerso, ignorando (quasi del tutto) il sommerso.
A pochi giorni dalla sua presentazione, prevista per mercoledì 24 giugno 2026, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei ministri, alla vigilia della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di stupefacenti (26 giugno), nulla fa pensare a un segno di discontinuità in proposito.
Ci sarà posto per la persona ben oltre la condanna sociale?
Seguiranno ai numeri, già intuibilmente preoccupanti, vere strategie di intervento mirati ad intaccare pregiudizi, luoghi comuni, stigma, notoriamente vettori contrari all’integrazione e alla possibilità dell’interfaccia con servizi ed esperti?
Si riuscirà a tirare fuori, dalla solitamente scarna cassetta degli attrezzi, una vera consapevolezza socio- sanitaria e culturale fondata sulle prospettive individual- centered e evidence-based?
Si amplierà lo sguardo dei decisori politici sulle caratteristiche dei consumatori, sui differenti modelli di consumo, sulle tante diverse proposte e strategie del mercato?
Sarebbe opportuno interrogarsi, inoltre, su quanto, già da anni e da relazioni precedenti, la realtà suggerisce a proposito di invecchiamento della popolazione dei SerD, sulla carenza di personale degli stessi a fronte di una domanda crescente – per numeri e complessità-, sulla cronicizzazione del dipendente patologico e sulle poche opportunità (lavorativa, abitative, ecc.) di cui dispone, prima e dopo qualsiasi possibile programma e trattamento.
La complessità chiede disponibile flessibilità e tolleranza antidogmatica. Si nutre di dubbi, non di assolute certezze, in combo con avversione e idiosincrasia.
Tra l’emerso e il sommerso, manca l’immerso, inteso come il consumatore/dipendente con i suoi reali bisogni, l’operatore del settore con la sua esperienza quotidiana, il decisore politico svincolato da imparzialità e rigidità pregiudiziali.
Spenti i riflettori su dati, annunci, proclami, il rischio è quello che nulla cambi… o cambi in peggio.
Salvo che i fatti (e non le parole o i numeri) dicano diversamente.
Anna Paola Lacatena
Sociologa