Finanziarizzazione dell’economia e welfare: comunità e salute
Gentile Direttore, diseguaglianza di salute, fragilità, solitudini e cronicità oltre ad essere determinate da patologie insorgenti lo sono di più da contesti economici e sociali. Sviluppare policy di promozione della salute, di asset delle comunità, di inclusione sociale sono componenti “curative” come e quanto i farmaci e le terapie riabilitanti
Gentile Direttore,lo sviluppo del capitale finanziario in Italia, inteso come la crescente preponderanza delle attività finanziarie rispetto all’economia reale (produzione, salari, investimenti industriali), è strettamente connesso ai processi di pauperizzazione e all’aumento delle disuguaglianze registrati negli ultimi decenni. Questo fenomeno, descritto spesso come “finanziarizzazione“, ha contribuito alla stagnazione dei salari reali e all’aumento della povertà strutturale.
La finanziarizzazione dell’economia italiana
Dalla crisi del 2007-2008, l’Italia ha visto una riduzione degli investimenti in capitale fisso e una stagnazione della produttività, mentre si è consolidato uno spostamento delle risorse verso settori a basso contenuto tecnologico o puramente finanziari. La dinamica economica ha favorito profitti e rendite rispetto ai salari, portando alla creazione di occupazione precaria e a bassa qualifica. Si registra una crescente presenza di strumenti finanziari, come le fondazioni bancarie, ma anche assicurazioni e gruppi finanziari nella gestione e fornitura di servizi di welfare, orientando le politiche sociali verso logiche di profitto o sostenibilità finanziaria piuttosto che di assistenza universale.
La pauperizzazione in Italia
La povertà in Italia non è più solo un fenomeno emergenziale ma strutturale. Nel 2024, il 10,9% delle famiglie vive in condizioni di povertà assoluta. Nonostante una parziale tenuta del PIL nel biennio 2024-2025 (atteso allo 0,5%-0,8% nel 2025-2026), la povertà continua ad aumentare, evidenziando una disconnessione tra crescita macroeconomica e benessere delle famiglie. Il calo dei salari reali (-7,5% tra 2021 e 2025) e l’inflazione hanno eroso il potere d’acquisto, rendendo difficile la vita anche per le famiglie lavoratrici. I ceti medi sono sempre più vulnerabili, caratterizzati da un declassamento economico e un aumento dell’indebitamento, in particolare per spese sanitarie.
I meccanismi di trasferimento della ricchezza
Il capitale finanziario accentua la pauperizzazione attraverso lo sviluppo della rendita finanziaria che cresce a ritmi superiori rispetto all’economia reale, concentrando la ricchezza nelle mani dei detentori di capitale.
L’immobiliare, inteso come bene rifugio finanziario, ha alzato i costi abitativi, pesando sui bilanci familiari.
In Italia, povertà e ricchezza tendono a essere ereditarie, con una mobilità sociale bloccata che perpetua la disuguaglianza. In sintesi, il modello economico italiano si è spostato verso una struttura in cui il capitale finanziario prevale sulla produzione, portando a una crescente instabilità sociale, la quale si manifesta con l’aumento della povertà assoluta, specialmente tra le famiglie numerose, i minori e nel Mezzogiorno.
Disuguaglianza e ricchezza in Italia (Dati 2024-2025)
Sulla base dei dati ISTAT, Oxfam e Banca d’Italia più recenti (2024-2025), la situazione economica in Italia mostra una marcata polarizzazione: concentrazione della ricchezza finanziaria nelle mani di pochi e una pauperizzazione strutturale di una quota significativa della popolazione.
Concentrazione del Capitale Finanziario
Il 5% più ricco delle famiglie detiene circa il 47,7% della ricchezza nazionale. La ricchezza finanziaria delle famiglie ha raggiunto i 6.150 miliardi di euro nel 2025 (+4,5%). La ricchezza in mano al 5% più facoltoso è superiore del 20% a quella detenuta dal 90% più povero della popolazione. Il 40% della ricchezza finanziaria è allocato in azioni e fondi comuni.
Pauperizzazione e Povertà
Nel 2024, oltre 5,7 milioni di persone (9,8% della popolazione) vivono in povertà assoluta. Oltre 2,2 milioni di famiglie (8,4% del totale) sono sotto la soglia di povertà. Quasi 1,3 milioni di minori (13,8%) si trovano in povertà assoluta. Tra i 16 e i 29 anni, l’11,8% degli occupati è a rischio povertà. Negli ultimi 10 anni, le famiglie indigenti sono aumentate del 43,3%.
Fattori di Disuguaglianza
La metà più povera (30 milioni di persone) possiede solo il 7,4% della ricchezza totale. L’incidenza è maggiore nei piccoli comuni (fino a 50mila abitanti) non periferici (8,9%). Nel 2025 la Borsa italiana ha toccato il massimo storico (1.077 miliardi di euro), spinta dai corsi azionari, mentre la crescita del PIL resta tra le più contenute nell’Eurozona.
Pauperizzazione e Disuguaglianze
Il processo di pauperizzazione colpisce fasce sempre più ampie della popolazione, creando un fenomeno di “povertà normalizzata“. Circa la povertà assolutaRapporti del 2026 indicano che questa fascia (9,8%) potrebbe ormai interessare fino al 30% degli italiani se si considera la vulnerabilità economica complessiva.
L’Italia è al quintultimo posto in UE per rischio di povertà minorile, con il 27,1% dei bambini colpiti.
Cresce a dismisura il lavoro povero. Il declino è alimentato da investimenti a basso contenuto tecnologico e occupazione precaria, che spostano la distribuzione del reddito dai salari verso profitti e rendite.
In povertà assoluta e le nuove morfologie della povertà
Sono in povertà assoluta le famiglie e le persone che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile. La soglia di spesa sotto la quale si è assolutamente poveri è definita da ISTAT attraverso il paniere di povertà assoluta. Questo comprende l’insieme di beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali. Ad esempio le spese per la casa, quelle per la salute e il vestiario. Ovviamente l’entità di queste spese varia in base a dove abita la famiglia, alla sua numerosità e ad altri fattori come l’età dei componenti. Nel 2005 si trovava in queste condizioni il 3,3% dei residenti in Italia; dodici anni dopo, nel 2017, erano circa l’8%. Nel 2021 erano saliti al di sopra del 9%. In termini assoluti, siamo passati da 1,9 milioni di individui poveri a circa 5 milioni tra 2017 e 2018. La pandemia ha portato a un nuovo aumento delle persone in povertà assoluta, che sono state circa 5,6 milioni nel biennio 2020-2021. ISTAT conferma, quindi, in circa 5,7 milioni il numero di poveri assoluti: il 9,8% dei residenti in Italia.
5.744.300 le persone in povertà assoluta nel 2024.
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat (pubblicati: martedì 14 Ottobre 2025)
Tra bambini e ragazzi il fenomeno è ancora più grave. Nel 2024 il 13,8% dei minori di 18 anni si è trovato in povertà assoluta: parliamo di poco meno di 1,3 milioni di persone di minore età. In alcuni segmenti della popolazione minorile la quota sfiora addirittura il 15%. Nel 2005 erano gli anziani sopra i 65 anni la fascia di età a trovarsi più spesso in povertà assoluta. Da diversi anni invece è il contrario. Al diminuire dell’età, sempre secondo ISTAT e secondo elaborazioni autonome di Openpolis, aumenta l’incidenza della povertà assoluta. Tra i minorenni la quota di poveri è al 13,8% (dato 2024), tra 18 e 34 anni è all’11,7%, tra 35 e 64 anni si attesta al 9,5%, mentre sopra i 65 scende al 6,4%. Anche molte famiglie con figli si trovano in difficoltà economica. Con un figlio minorenne la quota di quelle in povertà assoluta è pari al 9,8% nel 2024, con due figli sale al 12,4%; con 3 o più figli supera il 20%. È avvenuto un capovolgimento generazionale. Rispetto al passato, infatti, da qualche tempo non sono più gli anziani a rappresentare la fascia di età più numerosa tra quanti sono in povertà estrema. Bensì i minori di 18 anni, specialmente se appartengono a famiglie numerose e in quelle dove i genitori hanno un titolo di studio basso.
Il rapporto OMS 2025 e i determinanti di salute
Il Rapporto evidenzia come le ingiustizie sociali continuano a mietere vittime su larga scala, le disuguaglianze sanitarie all’interno dei Paesi si stanno ampliando, e gli obiettivi di equità saranno probabilmente mancati, sottolineando come fattori come reddito, istruzione, discriminazione, clima e digitalizzazione plasmino la salute, richiedendo azioni multisettoriali urgenti per ridurre le disuguaglianze economiche e strutturali, affrontare i cambiamenti climatici, e riformare la governance per la giustizia sociale e lo sviluppo sostenibile. Nel Rapporto OMS la salute è definita come il risultato di condizioni sociali, economiche, ambientali e politiche, non solo di fattori genetici o medici. L’aumento delle disuguaglianze, invece si registra con un trend crescente tra e all’interno delle nazioni, influenzando l’accesso alle cure e la mortalità prematura. Il rapporto analizza come fattori come reddito, istruzione, etnia, genere, luogo di nascita, lavoro, e accesso a servizi essenziali influenzino la salute, generando disuguaglianze evitabili. Si evidenzia anche il ruolo complesso e spesso negativo degli attori commerciali sulla salute delle popolazioni.
In sintesi, il rapporto del 2025 traccia un quadro critico delle disuguaglianze sanitarie globali, evidenziando la necessità di un cambiamento sistemico e di politiche coordinate per creare una società più equa e sana, andando oltre la semplice assistenza sanitaria.
Il Report OMS propone 14 raccomandazioni specifiche suddivise in quattro ambiti strutturali. Innanzitutto relativamente e a disuguaglianza economica e servizi pubblici propone di ridurre le disparità di reddito e investire in infrastrutture sociali e servizi pubblici universali. Per far fronte a discriminazione e fragilità: propone di contrastare la discriminazione strutturale e gestire l’impatto di conflitti, emergenze e migrazioni forzate. Circa le tendenze globali propone di sfruttare la digitalizzazione e affrontare il cambiamento climatico per promuovere l’equità sanitaria. Infine propone per avere una governance di trasferire potere e risorse ai governi locali, potenziando il coinvolgimento della società civile e riformando i sistemi finanziari globali.
L’OMS, dunque, suggerisce innanzitutto di rafforzare i sistemi fiscali attraverso una tassazione progressiva, che preveda aliquote più elevate per i redditi più alti. Questo aumenterebbe le risorse pubbliche disponibili per eventuali trasferimenti di reddito, cioè sovvenzioni dello Stato in favore di persone o famiglie (sussidi e assegni familiari per esempio) e per servizi pubblici accessibili a tutti, equi e di qualità, dall’istruzione alla sanità fino alle infrastrutture.
Osservazioni conclusive
Stante quanto sopra appare evidente che diseguaglianza di salute, fragilità, solitudini e cronicità oltre ad essere determinate da patologie insorgenti lo sono di più da contesti economici e sociali. Molte sono proxy di patologie che nel tempo si conclamano. Quindi fondamentali sono la prevenzione e l’inclusione sociale. Sviluppare policy di promozione della salute, di asset delle comunità, di inclusione sociale sono componenti “curative” come e quanto i farmaci e le terapie riabilitanti. Lavorare su obiettivi di generazione della salute vuol dire superare un approccio e un paradigma di sola medicalizzazione.
Tutte le esperienze in atto in Europa e non solo di generazione di salute tramite comunità proattive e prescrizione sociale anche in termini economici ci dicono che ogni euro/sterlina/dollaro investito in salute di comunità crea un ritorno dalle 3 alle 5 volte di risparmio di costi sanitari.
Certo che se si pensa di medicalizzare tutte le forme di disagio economico e sociale i sistemi sanitari pubblici non saranno mai in grado di sostenere un soddisfacimento dei bisogni. Se si lavora per filiere assistenziali, per risposte non sanitarie e sociali, per inclusione e partecipazione proattiva delle comunità, allora il tema della sostenibilità ritorna declinabile in positivo.
Altre soluzioni non sono date se non la privatizzazione di tutti i bisogni e di tutti i servizi sanitari, sociosanitari e sociali. Questo comporterebbe l’implosione del welfare e un approccio maltusiano alla sanità/salute. Chi ha, “compra” i servizi, chi non ha, si “astiene”, come già succede.
Equità e universalismo non possono divenire valori del passato. Una comunità in salute è una comunità produttiva. Una comunità malata è una comunità impoverita e fragile. I diritti non possono essere agibili solo per censo sociale, ma devono essere agibili per tutti. La Carta Costituzionale, sin quando sarà agibile, è il punto di riferimento per inclusione e proattività, per sanità e salute e per l’integrazione.
Giorgio Banchieri, Segretario Nazionale ASIQUAS, Docente DISSE, Univ. “sapienza, Roma
Marinella D’Innocenzo, già DG di Aziende Sanitarie e Presidente della Associazione “L’AltraSanità”
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