God save the Queen

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Gentile Direttore,
“Dio salvi la Regina”, l’inno nazionale più antico al mondo, ha evidentemente portato bene ad Elisabetta II, oramai prossima al suo novantacinquesimo genetliaco, un invidiabile traguardo che Sua Maestà la Regina raggiungerà, con ogni probabilità (e con i miei più fervidi auspici), nell’attuale condizione di perfetta salute fisica e mentale che l’accompagna.
 
Non altrettanto possiamo dire, purtroppo, per i “sudditi della Corona”, alias i cittadini e gli abitanti del Regno Unito che, oltre a confrontarsi coi gravi disagi economici, politici e sociali determinati dalla “Brexit”, patiscono – al pari dell’Italia e di tutti gli altri Paesi del “Vecchio Continente” ed extra-Europei – le drammatiche conseguenze della “pandemia da SARS-CoV-2”.
 
Ad aggravare la situazione, ove gli oltre 100.000 decessi imputabili alla CoViD-19 nel Regno Unito non bastassero, si pone la recente identificazione della “variante inglese” di SARS-CoV-2, denominata “B.1.1.7”, cui ha fatto seguito il riconoscimento di due ulteriori “varianti” virali, rispettivamente catalogate come “sudafricana” e “brasiliana”, la prima delle quali condivide con quella inglese la mutazione nota con la sigla “N501Y”.
 
A tal proposito, per quanto la “mutevolezza/mutazione nel tempo” dei coronavirus non rappresenti una novità, al pari di quanto accade per tutti gli altri virus ad RNA (virus influenzali in primis!), sussisterebbero elementi di preoccupazione in merito al fatto che le succitate varianti virali possano eludere, quantomeno in parte, l’immunità conferita dai vaccini anti-SARS-CoV-2 attualmente disponibili così come dall’infezione naturale, mettendo a repentaglio, in tal modo, la futura acquisizione della cosiddetta “immunità di gregge” e predisponendo, al contempo, alla comparsa di “reinfezioni”.
 
“Mutatis mutandis”, vi è un’altra tristemente famosa “variante” che ha fatto il suo ingresso, da un quarto di secolo a questa parte, nella “storia della sanità pubblica” britannica e, a seguire, in quella dell’intero Pianeta. Alludo alla “variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob” (vCJD), i cui primi 10 casi vennero descritti nell’Aprile 1996 sulla “The Lancet” in altrettanti pazienti inglesi e che due successivi studi indipendenti, pubblicati nell’Ottobre 1997 su “Nature”, consentirono di ascrivere in maniera inconfutabile alla pregressa esposizione dell’uomo all’agente
dell’ “encefalopatia spongiforme bovina” (BSE), popolarmente nota con il nome di “morbo della mucca pazza”.
 
A fronte delle colossali differenze esistenti fra CoViD-19 e BSE, a cominciare dagli agenti patogeni che ne sono responsabili – un virus ed un prione, rispettivamente -, vi sarebbero tutta una serie di interessanti analogie che insieme alla Collega Cristina Casalone (in servizio presso l’IZS del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta) abbiamo descritto, qualche mese fa, in una “Lettera all’Editore” pubblicata su “Science”.
 
Alle sorprendenti similitudini fra le due malattie che abbiamo delineato in quel contributo, scritto a quasi 35 anni di distanza dalla data in cui venne segnalato il primo caso di BSE fra i bovini del Regno Unito, si aggiungono ora le “varianti” descritte nei nostri consimili britannici, mentre svettano su tutte le altre il “principio di precauzione” ed il concetto di “Salute Unica” (alias “One Health”), che hanno rispettivamente caratterizzato la gestione (principio di precauzione) ed alla cui luce sarebbe “cosa buona e giusta” leggere sia l’origine che l’evoluzione della BSE, così come della CoViD-19 e di tutte le altre “malattie infettive emergenti” (One Health).
 
La genesi di queste ultime riconoscerebbe infatti, in almeno il 70% dei casi, l’intervento di uno o pià “serbatoi animali”, dai quali l’agente infettivo in questione sarebbe in grado di attuare il cosiddetto “salto di specie” (alias “spillover”), accasandosi quindi nella nostra specie, al pari di quanto già avvenuto per i due coronavirus responsabili della SARS e della MERS e, con ogni probabilità, anche per SARS-CoV-2, il famigerato coronavirus responsabile della CoViD-19.
 
Ennesima testimonianza del legame che indissolubilmente unisce fra loro salute umana, animale ed ambientale, in ossequio all’intramontabile ed olistico concetto di “Salute Unica”, alias “One Health”!
 
Prof. Giovanni Di Guardo
già Docente di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso l'Università di Teramo
 

25 Gennaio 2021

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