Il copione ripetitivo dell’8 marzo

Il copione ripetitivo dell’8 marzo

Il copione ripetitivo dell’8 marzo

Gentile Direttore,
8 Marzo: come da qualche tempo tutti i media parlano quasi esclusivamente di violenza sulle donne, e contemporaneamente abbondano le celebrazioni, istituzionali e non, di grandi protagoniste di ieri e di oggi, la prima donna ingegnere, la prima giornalista,  la prima astronauta, e così via.
 
Mentre da settimane l’incontrovertibile specificità femminile, la competenza procreativa, con una grande operazione di distrazione è stata messa a dura prova, apparentemente per approvare  un DDL di civiltà, di fatto divenuta oggetto di una diatriba tanto fittizia quanto divisiva.
 
Ci si ricorda almeno una volta l’anno delle nostre simili che stanno molto peggio, mentre tante altre donne coraggiose e disperate in cammino da mesi o anni, sempre più vicine a noi,  premono, incinte o non, con bambini al seguito, qua e là ai confini della nostra Europa. E ancora come al solito si ricordano le tante disparità: di salario, di previdenza,  di  occupazione, di lavoro domestico, di assenza per maternità, di “welfare” per minori ed anziani, e poi di tetti di cristallo, di carriere più difficili e poco lineari, con la immancabile leadership carente.
 
Un copione così ripetitivo che l’impressione di una celebrazione “riparativa” è sempre più forte, quasi rituale. Che dire di fronte al ricordo delle oggettive diseguaglianze per un giorno all’anno, e contemporaneamente di fronte alla palese negazione quotidiana delle differenze?  
 
Che la cultura della differenza passa attraverso altre strade, meno mediatiche e sicuramente più faticose. Che la vita è cambiata tanto nei paesi avanzati, se solo si ricordano le condizioni di vita e gli occhi febbrili della protagonista del film  “Suffragette”, forse l’unica testimonianza “nuova” del secolo scorso, che in questo 8 marzo ci riporta alla vita vera.
 
Che la vita di tutte è cambiata grazie alla  capacità delle donne di lottare insieme, tanto più quanto il mondo attorno sembra impenetrabile, e l’obiettivo difficile. Che la nostra forza sta nella interezza della persona  e nella consapevolezza della nostra diversità,  soprattutto quando il prendersi cura diventa una scelta professionale.
 
E in un momento di grave crisi dell’universalismo della massima istituzione sanitaria, che ne potrebbe pregiudicare l’impianto solidaristico, questa differenza va coltivata e rafforzata. Può essere, come in altre occasioni nella storia, le ricchezza e la salvezza per l’intero Paese.
 
Sandra Morano
Ginecologa

08 Marzo 2016

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