Chi ha paura dell’AI?

Chi ha paura dell’AI?

Chi ha paura dell’AI?

Gentile direttore, per chi scrive di sanità, e in particolar modo di infermieristica, sta diventando sempre più rischioso usare con disinvoltura la sigla AI. 

Gentile direttore,
per chi scrive di sanità, e in particolar modo di infermieristica, sta diventando sempre più rischioso usare con disinvoltura la sigla AI – comunemente associata al mondo dell’Intelligenza artificiale – dopo l’introduzione nel nostro ordinamento della figura dell’Assistente Infermiere.

Il bello (o il brutto) è che in entrambi i casi queste formule fanno storcere il naso ad alcuni puristi, per l’accostamento, ritenuto sacrilego, tra un sostantivo di alto valore simbolico (Intelligenza – Infermiere) e un altro termine dal sapore dispregiativo (Artificiale – Assistente). Come se quella seconda parola togliesse forza e sostanza alla prima, più nobile.

“Non sono contrario all’intelligenza artificiale, ma…”
“Non sono contrario all’assistente infermiere, eppure…”
Sono le frasi più comuni che capita di sentire o leggere di questi tempi.

Ma davvero l’artificio può danneggiare per sempre la nostra intelligenza?
E davvero un assistente può mandare in malora decenni di crescita ed evoluzione dei professionisti infermieri nel nostro Paese?
Per il solo fatto che la sigla IA includa le parole “intelligenza” e “infermiere”, senza “proteggerle” adeguatamente?

Sostiene qualcuno che dovevano chiamare “assistente dell’infermiere” o “assistente infermieristico” questa nuova figura, evoluzione dell’OSS con formazione complementare, destinata a coadiuvare l’infermiere in contesti ospedalieri e territoriali, eseguendo attività standardizzate e ripetibili, dopo essere stato formato dall’infermiere stesso e da lui supervisionato e coordinato.

Questo, perché creerebbe confusione con il termine “Infermiere”.

Ma si è trattato di tradurre in italiano il ben noto termine anglosassone Nurse Assistant, sdoganato da anni a livello internazionale, senza nessuno psicodramma collettivo.

Del resto, quando si parla di Dirigente/Coordinatore infermieristico c’è una parola che definisce (il soggetto, ovvero l’identità) e una parola che qualifica (l’aggettivo, ovvero la funzione). L’identità dell’Assistente Infermiere è nell’essere a supporto dell’infermiere, non nel sostituirlo. E se fosse stato un infermiere (come infatti lo sono il Dirigente e il Coordinatore infermieristico) si sarebbe chiamato Assistente infermieristico, cosa che non è avvenuta.

È come se qualcuno confondesse il dentista con il suo assistente (di studio odontoiatrico), figura qualificata obbligatoria per legge, che lo supporta nell’assistenza al paziente, nella sterilizzazione degli strumenti e nella gestione amministrativa dell’attività sanitaria.

Una figura che tutti noi ben conosciamo e che inevitabilmente entra in stretto contatto con il paziente di turno. Ma il dentista resta il dentista. E l’infermiere resta l’infermiere. Con o senza assistente.

Allo stesso modo, cosa toglie all’intelligenza umana la variante artificiale oggi in rapida espansione su tutti i nostri dispositivi elettronici?

La parola “intelligenza”, da sola, non copre assolutamente l’ampio perimetro semantico tracciato dall’ingegno, dalla creatività, dalla capacità tutta umana di simulare e dissimulare.

Il verbo latino intelligere rimanda ai concetti di: capire, intendere, cogliere l’essenza delle cose. E queste facoltà possono in effetti essere assorbite oggi, artificialmente, da processi digitali che tendono a sostituire una serie di processi mentali che siamo soliti compiere, quasi meccanicamente, per la risoluzione di un problema.

Ma poi esistono l’intelligenza emotiva, spaziale, corporea, esistenziale – per citarne alcune – non riproducibili dalla macchina. E, appunto: l’estro, l’ingegno, quell’essere polýtropon, epiteto posto all’inizio dell’Odissea per indicare, in Ulisse, un individuo versatile, astuto e capace di adattarsi in poco tempo a molte situazioni diverse.

Se ci fa ribrezzo l’intelligenza artificiale perché riassume in pochi secondi un tomo di mille pagine o mette a confronto una ecografia con centomila altri esami dello stesso tipo, allora dovremmo ribellarci anche alla “mobilità artificiale” che ci fa spostare in poche ore da Roma a Milano, invece dei sei giorni necessari usando, al massimo delle possibilità, le nostre gambe “naturali”.

Ridurre i tempi di un computo matematico, di un confronto tra documenti, di uno spostamento geografico, così come di un’assistenza di base o della rilevazione di parametri vitali può farci davvero paura, può creare sul serio dei danni, se siamo poi capaci di reimpiegare quelle tempistiche e quelle energie risparmiate in attività che ci qualificano e ci caratterizzano, marcando la nostra unicità nel sistema in cui siamo chiamati ad agire nel quotidiano?

Le parole sono importanti. Ma proprio per questo, quando sono parole importanti, non devono temere alcuna diminutio se vengono “accompagnate” da parenti “di secondo grado”.

Silvestro Giannantonio
Responsabile comunicazione Fnopi

29 Aprile 2026

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